“SIRENA”. L’app per ascoltare Napoli, la sua musica e il suo teatro

[di Fabio Acca] Immaginiamo per un attimo se venisse ritrovata e potessimo ascoltare oggi una registrazione della voce recitante di Eleonora Duse. È nota, infatti, l’esistenza di un’unica registrazione effettuata in New Jersey da Thomas Edison con il fonografo, nel 1896, mentre “la divina” recita La signora delle camelie di Dumas, ma andata – ahimè – irrimediabilmente perduta a causa di un incendio del laboratorio di Edison. E tuttavia, sebbene siano ancora da certificare e approfondire, nuove evidenze documentarie sembrerebbero attestare la realtà di un’ulteriore registrazione, realizzata sempre negli Stati Uniti ma a New York, in tempi e circostanze differenti, finora sconosciuta agli studiosi e di cui non è dato conoscere l’effettiva disponibilità in qualche archivio o collezione privata. Al netto delle complesse operazioni di autenticazione che ne seguirebbero, la scoperta sarebbe epocale. Si potrebbe avere finalmente accesso a un elemento fondamentale dell’arte della Duse: la sua voce. Il che, intendiamoci, non basterebbe, perché si aprirebbe necessariamente un ampio dibattito sulla contestualizzazione di quella voce e di quella registrazione, rinnovando l’importanza emersa negli ultimi anni di un’adeguata attenzione per la conservazione e la valorizzazione degli archivi sonori, in particolare di supporti fragili e facilmente deperibili come i cilindri fonografici e… Continua a leggere

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LA “SCENA MADRE” DI JAMES. L’ultima creazione di Licia Lanera è un rimedio all’oblio

[di Silvia Mei] James è “figlio” del covid. Ed è il figlio di quante e quanti non possono procreare o non possono più generare, ovvero di chi non può permettersi di mantenere una creatura, anche solo perché hanno paura di “mettere al mondo”, considerato l’andamento del pianeta Terra. James è quindi un feticcio, un pupazzo o una bambola, se il suo nome fosse al femminile. Ma non è importante il genere: un figlio è un figlio. Lo manipola un anonimo funzionario di qualche Onlus per adozioni a distanza – forse, chissà – una sorta di ghostwriter che scrive lettere informative e disegna paesaggi infantili. Sono comunque dettagli irrilevanti, è terribilmente rassicurante contare su questa personcina. Da qualche parte in Africa o in altre aree svantaggiate ci sarà “il figlio”, quella garanzia di memoria e di eternità per chi riduce il futuro a una serie di oggetti e beni destinati per testamento ad associazioni e a opere pie. James è una sorta di antidoto al pensiero della morte, una figura apotropaica che scaccia nella tenebrosa e interminabile notte della pandemia l’ansia della fine e l’incubo ricorrente di non lasciare traccia di sé, di rimanere un nome ossidato su una lapide. Il… Continua a leggere

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UN OTTOBRE TEATRALE. Cartoline di viaggio (parte seconda)

[di Marco De Marinis] (continua dalla prima parte) 18 ottobre, Prato. Un convegno per il centenario della nascita di Marcel Marceau Sono a Prato, all’Istituto Magnolfi (dove nel 1978 assistetti alle straordinarie Baccanti di Luca Ronconi, ricreate solisticamente da Marisa Fabbri), dove l’infaticabile Teresa Megale ha riunito alcuni studiosi per parlare dei rapporti fra mimo e teatro in occasione del centenario della nascita del grande  mimo Marcel Marceau. Ma in realtà è riduttivo limitare l’importanza di Marceau all’ambito del mimo. Non bisogna «dimentica[re] – è stato Eugenio Barba a osservarlo in uno scambio epistolare con lo scrivente, poi pubblicato su Teatro e Storia – il modo in cui ha contribuito a fare accettare l’idea che spettacolo non era solamente interpretazione di testi» o come «abbia influito immensamente su molti uomini e donne di teatro del dopoguerra», a cominciare da Jerzy Grotowski, che nei primi anni Sessanta ne fu molto colpito, al punto da lavorare sulla Marche contre le vent, celebre “pantomima di stile”, sia per Akropolis che per Il Principe Costante. In ogni caso, è grazie a Marceau che la nuova arte mimica raggiunse il successo mondiale, passando dagli sparuti aficionados di Etienne Decroux, il suo maestro (fra 1944 e… Continua a leggere

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UN OTTOBRE TEATRALE. Cartoline di viaggio (parte prima)

[di Marco De Marinis] Nello scorso ottobre mi è capitato di viaggiare lungo tutta la penisola per visitare varie tribù teatrali. Per lo più si è trattato di tribù che conosco e frequento da anni, ma non sono mancate le novità e le sorprese. Parlo di realtà anche molto diverse fra loro ma accomunate da alcuni tratti, a cominciare dalla  perifericità rispetto al sistema teatrale. Un altro tratto condiviso è la pratica del gruppo come qualcosa di diverso dalla compagnia. Infine, la dedizione testarda, aldilà di mode e tendenze, al lavoro dell’attore, inteso come pratica artistica, sociale e personale. Potremmo dire che queste tribù appartengono in senso lato al vasto arcipelago del Terzo Teatro, che Eugenio Barba battezzò nel lontano 1976 e di cui si sta tornando a parlare da alcuni anni con nuovo interesse. Desidero condividere con il lettore le tappe di questo mio “ottobre teatrale”, inviandogli delle cartoline di viaggio. ………. 5-7 ottobre, Lecce. “Now is Time”: inaugurazione del LAFLIS 5 ottobre – Sono nella città salentina per l’inaugurazione del Living Archive Floatings Islands (LAFLIS), in cui Eugenio Barba, con l’aiuto di Julia Varley, e grazie all’appoggio di varie istituzioni pugliesi,  ha raccolto i materiali di un’intera vita professionale,… Continua a leggere

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PERSI NEL NOSTRO NULLA. “S 62° 58’, W 60° 39” di Peeping Tom

[di Francesca Lombardi] La gigantesca carcassa di una barca si estende a pochi metri dal pubblico. È incagliata tra grossi massi di ghiaccio. All’orizzonte solo grigio, nebbia e uno sconfinato nulla. La poppa, composta da un piccolo spazio esterno, presenta solo un tavolino e un divanetto blu. Una luce calda si irradia dalle finestre della cabina interna, coperte da tendine bianche. Dalla mia comoda poltroncina rossa in platea osservo il quadro, talmente realistico da farmi venire voglia di alzarmi ed entrare in scena per toccare con mano la consistenza del terreno, aspettandomi di sentire i polpastrelli intorpidirsi a contatto con il gelo dell’iceberg. Rimango delusa, osservo meglio, è solo poliestere. S 62° 58’, W 60° 39’, l’ultima creazione della compagnia belga Peeping Tom, presentata alle Fonderie Limone nell’ambito dell’edizione 2023 di Torinodanza Festival, è un compendio del linguaggio e della poetica che Frank Chartier e Gabriela Carrizo portano avanti sin dalla prima trilogia, composta da Le Jardin, Le Salon e Le Sous Sol (2002-2007). Questi lavori, che raccontano la storia degli abitanti di una casa, dei loro desideri insoddisfatti e dei conflitti che scaturiscono dal rapporto con se stessi e con l’altro, sono caratterizzati da scenografie iperrealistiche, veri e propri… Continua a leggere

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Theatrum Mundi per l’ISTA 2023

[di Gaia Diana Dalia Gulizia]   Una cinquantina di giovani (e meno giovani) provenienti da tutta Europa si muove sul grande palcoscenico del Teatro Nazionale di Budapest. Fanno corona ad alcuni fra i maggiori esponenti dei teatri classici asiatici, dal Giappone alla Cina, dall’India a Bali, ma anche ad attori, danzatori e musicisti brasiliani, inglesi, danesi, argentini, italiani. Alla guida delle operazioni c’è Eugenio Barba, uno dei più influenti uomini di teatro del nostro tempo, fondatore nel 1964 del leggendario Odin Teatret e, nel 1979, dell’ISTA, International School of Theatre Anthropology. L’ISTA ha appena fatto tappa in Ungheria e questo è il suo spettacolo finale. Si intitola Anástasis (Resurrezione). Dal cuore di un’Europa tentata dal chiudersi dentro le illusorie sicurezze di identità nazionali quasi sempre per giunta “fasulle”, arriva un segnale potente “in direzione ostinata e contraria”, cioè quella che scommette sul valore del dialogo e della condivisione interculturali e multietnici. Un segnale tanto più potente perché affidato ai corpi e alle voci della Next Generation EU, infinitamente più persuasivi di qualunque ideologia.  Abbiamo invitato una partecipante a questa sessione dell’ISTA a scrivere una sua testimonianza, che presentiamo corredata dal prezioso contributo iconografico di Francesco Galli, fotografo ufficiale della manifestazione*.… Continua a leggere

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IL CORPO E L’ARCHIVIO. Su “My body of coming forth by day” di Olivier Dubois

[di Francesca Lombardi]  Intorno al tappeto danza si ritrova un’ampia platea, raccolta nell’ambito dell’edizione 2023 di FisiKo! Festival internazionale di azioni cattive, a Santo Stefano di Magra (SP). Stanno tutti aspettando che lo spettacolo abbia inizio, che le luci si spengano e che il danzatore – «uno dei 25 migliori ballerini al mondo», come recita il foglio di sala – cominci finalmente a fare quello che deve. Fa molto caldo, i ventagli creano un tappeto sonoro leggero. La scena di My body of coming forth by day (solo creato già nel 2018 dal coreografo e danzatore francese Olivier Dubois ispirato al Libro dei Morti dell’Antico Egitto), spoglia, se non per un tavolino con appoggiato un computer, alcuni faldoni beige e tre sedie posizionate a fondo palco, non lascia appigli per comprendere a cosa stiamo per assistere. Dubois attraversa lo spazio scenico vestito con giacca, pantalone e camicia. Sorride affabile fumando in continuazione, quasi senza tregua. Si rivolge al pubblico in un italiano stentato, mischiato ad alcune parole in francese e a termini inglesi italianizzati. Offre sorridendo bicchieri di champagne. Saluta con due baci sulla guancia gli amici che sono venuti a vederlo presentandoli al pubblico. La temperatura in sala a… Continua a leggere

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“PASODOBLE” AL QUADRATO

[di Fabio Acca]  Partecipare a una performance di Cristina Rizzo, per le tante possibilità che nella sua ormai lunga carriera questa parola ha assunto rispetto alla rinegoziazione del concetto di spettacolo, significa misurarsi con una certa iconicità. Le sue creazioni, infatti, hanno la singolare capacità – che appartiene solo ai grandi artisti – di essere immediatamente riconoscibili e di condurre chi ne è testimone a quella particolarissima sintesi che traduce un patrimonio coreografico in una immagine mentale che si fa corpo. L’iconicità di cui stiamo parlando, però, non corrisponde mai in Rizzo a una retorica figurativa, piuttosto è il frutto di un’instancabile fame di futuro. Significa, cioè, fare i conti con il processo attraverso il quale tale immagine si condensa di volta in volta, con una insistenza anche scomoda e senza sconti, intorno a una partitura fisica imprevedibile, a una catena concettuale spiazzante o a una scrittura scenica assolutamente inconsueta. Paradossalmente, anche per staticità. È la stessa insistenza che muove un ricercatore verso l’oggetto del proprio interesse, verso la meraviglia della scoperta. Una ostinata perseveranza che può sembrare ai più un accanimento nei confronti delle logiche del tempo. Quel continuo picchiettio sul più indecifrabile dettaglio, quello stare sulle cose tanto… Continua a leggere

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COSE DI CASA. Su “Io Esco” di Babilonia Teatri

[di Fabio Acca] Dal 2021, la compagnia Babilonia Teatri porta avanti una indagine sul concetto di “casa” con gli strumenti che da sempre le sono più congeniali: il teatro e la scrittura drammatica, laddove si fondono a pratiche condivise con persone, gruppi, comunità, luoghi e territori. Percorsi animati dall’autentica necessità di far convergere in qualcosa di teatralmente codificato e accessibile un processo di lavoro complesso, a partire da una attitudine che potremmo definire “antropologica”, cioè a diretto contatto con i fatti e le persone che animano questo nostro contradditorio presente. A proposito della capacità di Babilonia Teatri di stare a stretto contatto con la realtà, si è spesso parlato di un teatro “pop”, sia per gli espliciti riferimenti della compagnia ai valori, ai linguaggi e ai discorsi generati nell’ambito della comunicazione di massa, sia in una accezione di “popolare” nel senso di una prossimità potente alle storie e ai contesti dei protagonisti dei loro lavori. Una inclinazione, quest’ultima, che da almeno dieci anni sembra essersi fatta sempre più necessaria e urgente nella sua intensità sociale e che in questo progetto dedicato alla casa si manifesta inizialmente nella volontà di attraversare anche luoghi che ne problematizzano le funzioni: dormitori, centri di… Continua a leggere

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L’HAMLET SENSIBILE DI LENZ. Quando gli spettri nascosti escono dai margini

[di Natascha Mengozzi Scannapieco] «Dove c’è un limite, una negazione della conformità, dove c’è oscurità c’è una potenza superiore, anche linguistica». Cosi Maria Federica Maestri, in occasione di una lectio rivolta agli studenti dell’Università di Parma del marzo scorso, motivava la scelta di lavorare con attori e attrici con disabilità fisiche e/o psichiche. Secondo Lenz Fondazione, la vera caratteristica di questi performer non è la loro disabilità ma piuttosto una rara sensibilità verso il mondo; da qui la scelta lessicale di definire i propri interpreti attori sensibili: Iniziamo con la scelta di una denominazione sufficientemente rappresentativa: attore sensibile. Non che gli attori normalmente dotati siano insensibili ma questi quattro anni di esperienza, a contatto con questi nuovi attori, mi hanno fatto propendere per una definizione che sottolinea la loro caratteristica fondamentale: la maggiore sensibilità verso ogni aspetto della vita e delle relazioni umane. Non sono insensibili a niente anche quando sembrano interrompere ogni forma di comunicazione. […] ecco quindi, che attore sensibile può sostituire efficacemente altre formulazioni più attinenti al campo scientifico-pedagogico come: disabili intellettivi o fisici, diversamente abili, con abilità differenti, diversi (Pititto, 2002: 2) Tratto identitario di Lenz, che da anni conduce nel parmense laboratori rivolti a persone… Continua a leggere

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