ROMA: DENTRO LA PIRAMIDE

[di Fabrizio Crisafulli e Melissa Lohman]   Nei giorni dal 20 al 22 settembre 2024, è stato presentato al pubblico Tramite, un lavoro appositamente creato per la camera funeraria della Piramide Cestia a Roma, costituito da un’installazione di Fabrizio Crisafulli e da un’azione di Melissa Lohman realizzati secondo una modalità operativa simile a quella adottata per l’evento di Carrara esaminato nel presente focus. Anche in questo caso, si è trattato di due lavori indipendenti e allo stesso tempo consapevoli e in ascolto l’uno dell’altro. Gli interventi sono avvenuti nel contesto di Piramide Contemporanea, un progetto curato dalla galleria romana d’arte contemporanea Sala 1, diretta da Mary Angela Schroth, in collaborazione con la Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma, diretta da Daniela Porro. La Piramide fu costruita tra il 18 e il 12 a.C. come tomba del notabile romano Caio Cestio Epulone. Un luogo dalla storia bimillenaria, di grandissimo interesse storico e artistico, che nel 2014 è stato sottoposto a un importante intervento di restauro, curato dall’allora Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma e finanziato dal mecenate giapponese Yuzo Yagi. La camera sepolcrale, piccolo ambiente a pianta rettangolare con volta a botte, ha subito diverse manomissioni… Continua a leggere

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IL LUOGO COME TESTO, IL CORPO COME MATERIA. Conversazione con Fabrizio Crisafulli e Melissa Lohman

[di Mara Nerbano]   Mara Nerbano: – Melissa, tu vieni da New York. Puoi parlarmi della tua formazione come artista e performer? Melissa Lohman: – Ho completato la laurea in Belle Arti, dipartimento di scultura, presso la School of Visual Arts, New York City, nel 2000. Invece di portare il mio lavoro in spazi espositivi e gallerie, dopo la laurea, ho sperimentato la musica, la recitazione e la performance. Mi sono avvicinata sempre di più all’uso del corpo nell’atto creativo. Di conseguenza, ho cominciato a seguire classi di danza di diverso tipo. Da ragazza ero appassionata di danza. Nonostante gli anni passati senza allenamento, mi sono trovata subito a mio agio. A New York era possibile studiare danza di qualsiasi tipo e livello. Ho studiato balletto classico, danza contemporanea, jazz e danza afro-haitiana. Nel 2004 ho seguito un laboratorio di danza butoh con Minako Seki. Lì, ho intravisto un ponte tra l’arte visuale e la danza. Quell’esperienza mi ha dato una chiave per considerare il corpo come materiale, senza preoccuparmi di formule precostituite. Negli anni successivi, ho studiato il butoh con diversi maestri giapponesi, soprattutto al centro di ricerca Leimay (all’epoca CAVE Art Space) a Brooklyn. Nello stesso periodo ho… Continua a leggere

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CARRARA: IL CIELO IN UN’AULA

[di Mara Nerbano]   La sala è completamente immersa nell’oscurità. La si raggiunge oltrepassando un atrio inondato di luce naturale da una grande trifora. Entrando, prima che l’occhio si adatti, occorre indovinare i corpi degli altri spettatori, in piedi, dinanzi a una distesa di seggiole in stile Savonarola unite e allineate, viste dal retro. In alto, una volta di luci puntiformi in tutto simile a un cielo stellato: rade alla periferia, più fitte verso il centro, dove si addensano sul grande lampadario in vetro di Murano, appena percettibile al centro della stanza. In basso, sullo stesso asse, la luce ritaglia un rettangolo percorso dalle sagome ondulate di quattro file di sedie. Una figura esile, pallida, dal corpo scultoreo, sale e ridiscende tra queste onde. Ne emergono volta a volta una mano, un braccio, le spalle, il tronco, le gambe, i piedi: l’anatomia si trasfigura in forme quasi astratte, in continua metamorfosi, trasportate da un flusso sonoro di scricchiolii, tintinnii, voci quasi indistinguibili, esplosioni, silenzi. Sul perimetro, avvolti dalla luce, galleggiano i volti sospesi e maestosi di otto statue classiche che sembrano osservare l’azione. La performance dura due ore ed è una creazione in continuo divenire in simbiosi con l’ambiente, gli… Continua a leggere

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TEATRO CIVILE E SACRA RAPPRESENTAZIONE: SU ALCUNE TRAGEDIE DI ENRICO PEA

[di Itala Tambasco]   Pea affiancò costantemente l’attività di drammaturgo e di promotore di spettacoli a quella di romanziere e di poeta. Il teatro è lo strumento espressivo al quale si affidò per tutta la vita, complici le memorie dell’infanzia legate agli spettacoli dei maggi, la suggestione delle fole e degli strambotti della letteratura popolare che fu un’importante fonte d’ispirazione per lo scrittore versiliese. Delle sue fatiche teatrali la critica, Montale in primis, lamentò un giudizio alquanto “al ribasso” per «un uomo a cui mancò ogni forma di engagement, sia nella politica che nella cricche letterarie» (1965: 11; cfr. Del Beccaro, 1954). In Egitto, dove si trasferì nel 1896, iniziò la sua attività di fabbricante di mobili, costantemente intervallata dalla frequentazione della Baracca Rossa, luogo d’incontro di ribelli, idealisti ed emarginati (Bettini, 1976: 81-88) destinata a diventare celebre per il ruolo giocato nella vita di molti intellettuali fra cui l’amico Ungaretti, decisivo per il contatto con i fratelli e scrittori francesi, Leone ed Enrico Thuile ai quali lo affidò affinché lo consigliassero al meglio per l’ideazione del copione incentrato sul tradimento di Giuda, male accolto dallo stesso poeta che non riteneva la drammatizzazione il codice più idoneo all’idea peiana. Rientrato… Continua a leggere

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PUBBLICO E TEATRO IN CAPITANATA NELL’OTTOCENTO

[di Matteo Caputo]   Se volessimo trovare un aspetto della cultura che per secoli è stato protagonista della vita di interi popoli almeno fino alla nascita della società di massa novecentesca, dovremmo individuarlo nel teatro. A dispetto della percezione contemporanea – influenzata peraltro anche da nuove forme di proposte culturali – la quale vede il teatro come luogo d’élite, quando non addirittura inaccessibile all’intelligenza dello spettatore, se non nei casi che rientrano nel perimetro della tradizione (Allegri, 2018), esso ha avuto ed ha tuttora la capacità di aggregare le più disparate classi sociali, pur con tutte le demarcazioni spaziali del caso. La situazione in Capitanata non è diversa, soprattutto in un periodo denso di trasformazioni sociali e politiche per la penisola quale è l’Ottocento. Proveremo, pertanto, a capire quale sia stato l’impatto di un istituto culturale importante come quello del teatro lungo l’arco di questo secolo – con l’importante spartiacque dell’Unità d’Italia – sulla popolazione di Capitanata. Partiamo da un dato non secondario, ossia i movimenti di assestamento che in questo periodo conosce il nord della Puglia, la quale arriva piuttosto tardi a inquadrare la città di Foggia come centro anche politico: basti considerare che le due città che tengono… Continua a leggere

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QUANDO IL DOLORE DIVENTA MASCHERA. Il teatro di Niccolò Campani come dispositivo di cittadinanza

[di Ilenia Del Gaudio]   Pubblicato a Venezia per Nicolò Zoppino nel 1521, il Lamento di quel tribulato di Strascino Campana Senese sopra el male incognito: el quale tratta de la Patientia, & impatientia in ottava rima: opera molto piacevole è l’unica opera di Niccolò Campani stampata a sua cura con una esplicita assunzione di autorialità, a conclusione di un lungo processo compositivo e performativo. Si tratta di un poemetto di 173 stanze, che racconta, con toni diversi, la disperata lotta del protagonista-narratore verso la malattia contratta nel 1503, il “mal francese”[1], il dolore fisico provato, i molteplici rimedi adottati e, infine, l’avvenuta guarigione, registrata all’altezza del 1511. Dal punto di vista contenutistico, il racconto autobiografico, che vede riferimenti alla cronaca coeva, si dipana tra invocazioni religiose e invettive quasi blasfeme; dal punto di vista formale, invece, l’opera è alquanto singolare nel panorama della produzione letteraria, poiché contiene stilemi propri della poesia narrativa e strutture tipiche dell’avviso[2], tradizione marcatamente popolare da cui solo molto tardivamente l’autore si distacca, quando, cioè, convertirà l’opera canterina in forma di libro. In origine, il Lamento rappresentava, infatti, la sua performance più fortunata, sperimentata a Roma fin dal 1508, quando, già ammalato, decise di porre… Continua a leggere

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PER UNA CRITICA «INDULGENTE» A UNA SOCIETÀ DI STAMPO BORGHESE: il teatro di Sabatino Lopez tra «morale assoluta» e «morale che corre»

[di Alessia Russo]   Sabatino Lopez è interprete camaleontico – in virtù del proprio status sociale – e sui generis della società borghese di fine Ottocento, tanto da posizionarsi, a buon diritto, in quel circolo di autori che hanno interpretato, indagato e descritto il sistema di valori che fu, di quella società, vessillo inconfondibile e caratterizzante (Possenti, 1920: 94)[1]. Entrando in medias res, sembra necessario spendere qualche parola intorno alla definizione di “natura ambivalente”, dote che il nostro autore ammirava anche nella performance teatrale, rendendo omaggio alla capacità d’essere uno e molti, conquistando così l’intero pubblico in sala (Giovanelli, 2003); chiarezza espositiva, duttilità di linguaggio, iterazione di temi, sono soltanto alcuni degli strumenti con cui l’autore sintetizza – apparentemente, s’intende – l’amarezza latente di uno sguardo lucido e sapiente con «la simpatia per l’arte semplice» (Possenti, 1920: 95), la «buona signora (ma non molto)» (ivi: 98), metafora interpretativa di cui ci informa Possenti e che sembra ricalcare il Così è (Se vi pare) di pirandelliana memoria. Il Lopez chiarisce, attraverso la critica alla leziosità creativa del D’Annunzio, la necessità di verità e schiettezza contro parole e idee «artificiose» e «fuori della naturalezza e della verità» (Giovanelli, 2003: 47). Si forma… Continua a leggere

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ARCHETIPI DEL POTERE NELLA LIBRETTISTICA VENEZIANA DEL XVII SECOLO: il tiranno effeminato e la virago

[di Rosanna Cappiello]     Dolce cambio di natura, / donna in uomo trasformarsi / uomo in donna tramutarsi, / variar nome e figura. / Non son più Fillide bella, / Son Achille oggi tornato: / quanti invidiano il mio stato, / per far l’uomo, e la donzella / Io per me non vedea l’ora, / di tornar maschio guerriere; / molti son d’altro parere, / resterian femmine ogn’ora (Strozzi, 1641: 37).   Giulio Strozzi ne La finta pazza, portata in scena a Venezia su musica di Francesco Sacrati in occasione dell’inaugurazione del Teatro Novissimo del 1641, riscrive il topico episodio di Achille nell’isola del re Licomede, lì relegato dalla madre Tetide per proteggerlo dal richiamo della guerra di Troia. Proprio in quest’occasione, per celare la sua vera identità, l’eroe di Ftia è costretto ad assumere il nome di Fillide e a nascondersi tra le donne. Il tema del travestimento maschile su cui si impernia il dramma di Strozzi favorisce quei rivolgimenti di trama dettati dall’interna opposizione che si verifica nell’animo del Pelide: per natura bellicoso e pronto all’azione, deve ricacciare indietro le sue pulsioni, mascherandole con i femminei atteggiamenti della donna di corte. Questo contrasto interno ascrive il dramma nella… Continua a leggere

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“POESIA COME AZIONE”: aspetti etico-civili nella poesia da recita di Elio Pagliarani

[di Annasara Bucci]   Nel variegato panorama poetico degli anni Sessanta, che vede il Gruppo 63 come nucleo concettuale primigenio per le sperimentazioni artistiche di questa seconda metà del secolo, Elio Pagliarani assume una postura di particolare interesse nei confronti del linguaggio della poesia, maturando i suoi frutti di sperimentazione letteraria anche attraverso il mezzo teatrale. La passione del poeta Pagliarani lettore e scrittore di testi teatrali si concretizzerà altresì nella collaborazione con «Paese Sera», collaborazione che lo impegnerà fino al 1985 come critico teatrale sulle pagine del periodico. Per percepire quanto intimi sussistano i rapporti tra poesia e teatro nell’intelligenza e nella pratica creativa del poeta di Viserba, si consideri un testo utilissimo rimasto inedito per molti anni: si tratta di un manifesto di poetica presente sul verso del programma di uno spettacolo svoltosi al teatro Parioli di Roma il 6 giugno 1965. Nel vivace contesto culturale di quegli anni, risultato dell’approdo del Living Theatre nella capitale romana e dell’ampio spettro di soluzioni originali nella dimensione operativa dei palcoscenici europei ed italiani della seconda parte del secolo, la compagnia Teatro dei Novissimi mette in scena i testi di quattro autori attivi in quegli stessi anni sotto il punto di… Continua a leggere

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LA FUNZIONE CIVILIZZATRICE DEGLI ESULI TEBANI DI FRANCESCO MARIO PAGANO

[di Federica Maria Buono]   Nella seconda metà del Settecento sulle scene del teatro italiano ritornò in auge la compostezza classica. All’indomani della fondazione dell’Arcadia (1690), non troviamo quasi nessun letterato che non prenda le distanze dal secolo precedente, considerato corrotto e licenzioso; ciò avrà come conseguenza la formalizzazione di nuove forme tragiche, attraverso la ripresa dei principi espressi all’interno della Poetica di Aristotele, nonché la nascita della storia del teatro come storia dei generi drammatici (Guccini, 1988: 9-66). Dagli anni Settanta del Settecento si iniziò a dare una maggiore articolazione progettuale al teatro, data la sempre crescente sensibilità civile da parte degli intellettuali, che vedeva nelle manifestazioni pubbliche importanti occasioni per formare la comunità dal punto di vista culturale. Nel complesso, il teatro del Settecento si delinea come l’insieme di culture e prassi differenti, che generano manifestazioni sceniche o letterarie che influenzano il contesto in modo discontinuo ma netto, come ad esempio fa Alfieri, o finiscono col modificarlo radicalmente, basti pensare alle rappresentazioni tragiche con la partecipazione di attori professionisti, con Riccoboni (Tessari, 1995: 3-51), Miti e Zanarini. A Napoli i Borboni si impegnarono enormemente per la riorganizzazione del teatro (Greco, 1981): dalla programmazione, la stipula dei contratti tramite l’impresario… Continua a leggere

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