“SIRENA”. L’app per ascoltare Napoli, la sua musica e il suo teatro

[di Fabio Acca] Immaginiamo per un attimo se venisse ritrovata e potessimo ascoltare oggi una registrazione della voce recitante di Eleonora Duse. È nota, infatti, l’esistenza di un’unica registrazione effettuata in New Jersey da Thomas Edison con il fonografo, nel 1896, mentre “la divina” recita La signora delle camelie di Dumas, ma andata – ahimè – irrimediabilmente perduta a causa di un incendio del laboratorio di Edison. E tuttavia, sebbene siano ancora da certificare e approfondire, nuove evidenze documentarie sembrerebbero attestare la realtà di un’ulteriore registrazione, realizzata sempre negli Stati Uniti ma a New York, in tempi e circostanze differenti, finora sconosciuta agli studiosi e di cui non è dato conoscere l’effettiva disponibilità in qualche archivio o collezione privata. Al netto delle complesse operazioni di autenticazione che ne seguirebbero, la scoperta sarebbe epocale. Si potrebbe avere finalmente accesso a un elemento fondamentale dell’arte della Duse: la sua voce. Il che, intendiamoci, non basterebbe, perché si aprirebbe necessariamente un ampio dibattito sulla contestualizzazione di quella voce e di quella registrazione, rinnovando l’importanza emersa negli ultimi anni di un’adeguata attenzione per la conservazione e la valorizzazione degli archivi sonori, in particolare di supporti fragili e facilmente deperibili come i cilindri fonografici e… Continua a leggere

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JOCELYN HERBERT E TITINA MASELLI. Due scenografe per Beckett

[di Anna Maria Monteverdi] Perché così poche donne scenografe? Nel 1988 Raynette Halvorsen scrisse sulla rivista Theatre Design and Technology un articolo dal titolo molto significativo: Where are all American Women Scene Designers? (Halvorsen, 1988)[1]. L’articolo, che lamentava la mancanza di documentazioni storiche e biografiche e persino di immagini sulle donne scenografe, era stato ispirato dalla sua personale carriera come designer teatrale e dalle molte difficoltà incontrate a inserirsi in un ambito lavorativo dominato da uomini; una invisibilizzazione quella delle donne, come ben rilevato dall’autrice, che passa evidentemente anche attraverso la mancanza di una loro rappresentazione a futura memoria. Per la risposta al quesito dell’articolo della Halvorsen bisognerà aspettare il 2019 e lo studio puntuale di Caitlyn Garrity, frutto di due anni di ricerche, di analisi statistiche e di interviste; la Garrity nella stessa rivista della Halvorsen prodotta dall’Istituto statunitense per la tecnologia teatrale (Usitt), pubblicò infatti un resoconto intitolato Building a Better Workplace. Women+ increasingly abandon technical theatre over lack of parity and equity, che le valse anche un premio giornalistico (Garrity, 2019)[2]. Lo studio era basato su un campione di cinquecentottantanove donne scenografe: alle domande sulle cause dell’abbandono del lavoro e sugli ostacoli alla carriera, la giornalista rilevava… Continua a leggere

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LA CRITICA, LA DANZA, IL CORAGGIO

[di Fabio Acca] Per condividere alcuni pensieri sulla critica[1], in particolare su come la critica dedicata alla danza contemporanea si è sviluppata nel dibattito italiano, partirei da alcune considerazioni che in parte intercettano anche quella condizione auto-etnografica che fa storia. Tale aspetto, lungi dal voler qui assumere un carattere autobiografico, non intende alimentare alcuna proiezione narcisistica personale, semmai una postura critica a cui effettivamente, credo, il sottoscritto ha contribuito negli anni, e che vuole illuminare una prospettiva di lavoro inter e trans disciplinare anche quando si tenta di riportare la danza nell’ambito di una propria specificità. Bisogna subito ricordare che la critica di danza in Italia, analogamente a quanto accade sul fronte della critica teatrale, conosce dalla fine degli anni Novanta un cambiamento profondo non solo per questioni di lettura del fatto scenico, legate al posizionamento stesso della danza in un mutato assetto disciplinare (Giannasca, 2021; Donati, 2021). La nuova danza italiana, come ho avuto modo di ricordare in altre occasioni (Acca, 2018; Acca, 2021), nasce ibrida, impura, “anfibia”. Va, cioè, inquadrata in un’ottica di ontologica contaminazione performativa, fin dalle sue stesse origini, che coincidono in parte con l’evoluzione del nuovo teatro tra la fine degli anni Settanta e il… Continua a leggere

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UN OTTOBRE TEATRALE. Cartoline di viaggio (parte prima)

[di Marco De Marinis] Nello scorso ottobre mi è capitato di viaggiare lungo tutta la penisola per visitare varie tribù teatrali. Per lo più si è trattato di tribù che conosco e frequento da anni, ma non sono mancate le novità e le sorprese. Parlo di realtà anche molto diverse fra loro ma accomunate da alcuni tratti, a cominciare dalla  perifericità rispetto al sistema teatrale. Un altro tratto condiviso è la pratica del gruppo come qualcosa di diverso dalla compagnia. Infine, la dedizione testarda, aldilà di mode e tendenze, al lavoro dell’attore, inteso come pratica artistica, sociale e personale. Potremmo dire che queste tribù appartengono in senso lato al vasto arcipelago del Terzo Teatro, che Eugenio Barba battezzò nel lontano 1976 e di cui si sta tornando a parlare da alcuni anni con nuovo interesse. Desidero condividere con il lettore le tappe di questo mio “ottobre teatrale”, inviandogli delle cartoline di viaggio. ………. 5-7 ottobre, Lecce. “Now is Time”: inaugurazione del LAFLIS 5 ottobre – Sono nella città salentina per l’inaugurazione del Living Archive Floatings Islands (LAFLIS), in cui Eugenio Barba, con l’aiuto di Julia Varley, e grazie all’appoggio di varie istituzioni pugliesi,  ha raccolto i materiali di un’intera vita professionale,… Continua a leggere

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PERSI NEL NOSTRO NULLA. “S 62° 58’, W 60° 39” di Peeping Tom

[di Francesca Lombardi] La gigantesca carcassa di una barca si estende a pochi metri dal pubblico. È incagliata tra grossi massi di ghiaccio. All’orizzonte solo grigio, nebbia e uno sconfinato nulla. La poppa, composta da un piccolo spazio esterno, presenta solo un tavolino e un divanetto blu. Una luce calda si irradia dalle finestre della cabina interna, coperte da tendine bianche. Dalla mia comoda poltroncina rossa in platea osservo il quadro, talmente realistico da farmi venire voglia di alzarmi ed entrare in scena per toccare con mano la consistenza del terreno, aspettandomi di sentire i polpastrelli intorpidirsi a contatto con il gelo dell’iceberg. Rimango delusa, osservo meglio, è solo poliestere. S 62° 58’, W 60° 39’, l’ultima creazione della compagnia belga Peeping Tom, presentata alle Fonderie Limone nell’ambito dell’edizione 2023 di Torinodanza Festival, è un compendio del linguaggio e della poetica che Frank Chartier e Gabriela Carrizo portano avanti sin dalla prima trilogia, composta da Le Jardin, Le Salon e Le Sous Sol (2002-2007). Questi lavori, che raccontano la storia degli abitanti di una casa, dei loro desideri insoddisfatti e dei conflitti che scaturiscono dal rapporto con se stessi e con l’altro, sono caratterizzati da scenografie iperrealistiche, veri e propri… Continua a leggere

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LA DANZA CONTEMPORANEA IN SARDEGNA. Sguardi tra passato, presente e futuro dalla NID Platform 2023

[di Fabio Acca] Dal 30 agosto al 2 settembre 2023 la città di Cagliari ha ospitato la settima edizione della NID – New Italian Dance Platform. Un progetto dalla cadenza biennale, nato nel 2012 dalla condivisione d’intenti tra gli organismi della distribuzione della danza aderenti ad ADEP (Associazione Danza Esercizio e promozione) FEDERVIVO-AGIS e costituiti in RTO (Raggruppamento Temporaneo d’Operatori), la Direzione Generale Spettacolo del MiC e le Regioni di riferimento, con lo scopo di promuovere e sostenere una selezione in qualche modo rappresentativa della produzione italiana della danza contemporanea. Pur con un andamento che negli anni non sempre è riuscito ad allineare le aspettative dei tanti soggetti coinvolti, si tratta di una occasione per certi versi unica di scambio e dialogo tra artisti italiani e operatori del settore – nazionali e internazionali – intorno a quanto di più significativo si muove nel panorama nazionale della danza contemporanea. E questo grazie sia a una offerta di spettacoli e studi coreografici aperta alla convivenza di diversi linguaggi ed estetiche, sia alla proposta di tavoli tematici su argomenti di particolare rilievo. Tra questi ultimi, in occasione della NID cagliaritana, il “Focus Sardegna – Sguardi dal futuro”, curato da chi scrive: una fotografia… Continua a leggere

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“PASODOBLE” AL QUADRATO

[di Fabio Acca]  Partecipare a una performance di Cristina Rizzo, per le tante possibilità che nella sua ormai lunga carriera questa parola ha assunto rispetto alla rinegoziazione del concetto di spettacolo, significa misurarsi con una certa iconicità. Le sue creazioni, infatti, hanno la singolare capacità – che appartiene solo ai grandi artisti – di essere immediatamente riconoscibili e di condurre chi ne è testimone a quella particolarissima sintesi che traduce un patrimonio coreografico in una immagine mentale che si fa corpo. L’iconicità di cui stiamo parlando, però, non corrisponde mai in Rizzo a una retorica figurativa, piuttosto è il frutto di un’instancabile fame di futuro. Significa, cioè, fare i conti con il processo attraverso il quale tale immagine si condensa di volta in volta, con una insistenza anche scomoda e senza sconti, intorno a una partitura fisica imprevedibile, a una catena concettuale spiazzante o a una scrittura scenica assolutamente inconsueta. Paradossalmente, anche per staticità. È la stessa insistenza che muove un ricercatore verso l’oggetto del proprio interesse, verso la meraviglia della scoperta. Una ostinata perseveranza che può sembrare ai più un accanimento nei confronti delle logiche del tempo. Quel continuo picchiettio sul più indecifrabile dettaglio, quello stare sulle cose tanto… Continua a leggere

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COSE DI CASA. Su “Io Esco” di Babilonia Teatri

[di Fabio Acca] Dal 2021, la compagnia Babilonia Teatri porta avanti una indagine sul concetto di “casa” con gli strumenti che da sempre le sono più congeniali: il teatro e la scrittura drammatica, laddove si fondono a pratiche condivise con persone, gruppi, comunità, luoghi e territori. Percorsi animati dall’autentica necessità di far convergere in qualcosa di teatralmente codificato e accessibile un processo di lavoro complesso, a partire da una attitudine che potremmo definire “antropologica”, cioè a diretto contatto con i fatti e le persone che animano questo nostro contradditorio presente. A proposito della capacità di Babilonia Teatri di stare a stretto contatto con la realtà, si è spesso parlato di un teatro “pop”, sia per gli espliciti riferimenti della compagnia ai valori, ai linguaggi e ai discorsi generati nell’ambito della comunicazione di massa, sia in una accezione di “popolare” nel senso di una prossimità potente alle storie e ai contesti dei protagonisti dei loro lavori. Una inclinazione, quest’ultima, che da almeno dieci anni sembra essersi fatta sempre più necessaria e urgente nella sua intensità sociale e che in questo progetto dedicato alla casa si manifesta inizialmente nella volontà di attraversare anche luoghi che ne problematizzano le funzioni: dormitori, centri di… Continua a leggere

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“IL TEATRO VENETO 1970-2000”. Il libro-archivio di Carlo Manfio

[di Simone Dragone]   È stato di recente dato alle stampe il poderoso volume di Carlo Manfio (1957-2016), figura poliedrica nel panorama teatrale e culturale del Veneto, dal titolo Il Teatro Veneto 1970-2000. Pubblicato postumo con la cura di Roberto Cuppone (nella collana “Laboratorio Olimpico / Atti” dell’Accademia Olimpica di Vicenza) si presenta come un’antologia del lavoro che la Regione Veneto e Arteven-Circuito teatrale del Veneto commissionarono a Manfio già nel 1996, per compiere un aggiornamento fino ai nostri giorni del saggio di Nicola Mangini, Il teatro veneto moderno (1992), che arrivava solo fino al 1970*. Il volume si apre con alcuni ricordi e testimonianze da parte delle istituzioni che hanno reso possibile la pubblicazione, tra cui Gaetano Thiene (presidente dell’Accademia Olimpica di Vicenza); Pierluca Donin (direttore di Arteven); Maria Ida Biggi, direttrice dell’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Fondazione Giorgio Cini, a cui sono stati donati la biblioteca e le carte a lui appartenute; Anna Olivier, consigliere con delega alla Cultura del Comune di Longarone, nella cui biblioteca comunale è stato costituito il Fondo Manfio, contenente svariati volumi appartenuti allo studioso veneto. Continua a leggere

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FOCUS 5 | IN THE FRAME OF ÀMINA: ALESSANDRO CARBONI – Dalla Sardegna a New York, e ritorno

[di Fabio Acca] Alessandro Carboni è un artista visivo, performer, coreografo e ricercatore, la cui produzione artistica e concettuale ruota intorno alla complessa rete di corrispondenze e permutazioni che intercorrono tra lo spazio e i suoi elementi costitutivi (persone, luoghi, relazioni, significati) a partire dalla nozione di “cartografia”, intesa – secondo la definizione del vocabolario Treccani adottata dallo stesso Carboni – come «rappresentazione ridotta della superficie terrestre e dei fenomeni che su di essa si osservano e si svolgono»[1]. Attivo sulla scena italiana e internazionale dalla fine degli anni Novanta, si può dire appartenga alla generazione di artisti che risponde alle sollecitazioni del contemporaneo individuabili sempre più come territorio “anfibio” e di confine tra le arti. Un ambito in cui la scrittura scenica, spesso applicata anche al contesto urbano, diviene un efficacissimo campo di sperimentazione, facendosi portatrice di una dimensione ampia ed elastica del performativo senza tuttavia rinunciare a valori riconducibili anche a una sensibilità direttamente organica ai sistemi della coreografia e della danza[2]. In particolare, nei suoi progetti Carboni mette in campo vuoi «pratiche di embodiment, facendo del corpo lo strumento per ripercorre dinamiche dello spazio e componendo un archivio di materiali come fossero “reportage performativi”»[3], vuoi lo spazio… Continua a leggere

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