[di Silvia Mei]
James è “figlio” del covid. Ed è il figlio di quante e quanti non possono procreare o non possono più generare, ovvero di chi non può permettersi di mantenere una creatura, anche solo perché hanno paura di “mettere al mondo”, considerato l’andamento del pianeta Terra. James è quindi un feticcio, un pupazzo o una bambola, se il suo nome fosse al femminile. Ma non è importante il genere: un figlio è un figlio. Lo manipola un anonimo funzionario di qualche Onlus per adozioni a distanza – forse, chissà – una sorta di ghostwriter che scrive lettere informative e disegna paesaggi infantili. Sono comunque dettagli irrilevanti, è terribilmente rassicurante contare su questa personcina. Da qualche parte in Africa o in altre aree svantaggiate ci sarà “il figlio”, quella garanzia di memoria e di eternità per chi riduce il futuro a una serie di oggetti e beni destinati per testamento ad associazioni e a opere pie.
James è una sorta di antidoto al pensiero della morte, una figura apotropaica che scaccia nella tenebrosa e interminabile notte della pandemia l’ansia della fine e l’incubo ricorrente di non lasciare traccia di sé, di rimanere un nome ossidato su una lapide. Il terrore di essere dimenticati e l’arrovellamento nel pensiero di non aver combinato granché nella vita si approfondiscono quando si è consacrata la propria esistenza all’arte della scena e si abbandonano solide carriere per “fare il teatro”, nobile scienza dell’effimero e dell’immateriale. Per buona parte dei propri conoscenti, parenti e amici, ma anche per la popolazione di paesi come il nostro “fare il teatro” è una affermazione corrisposta col fumetto di un punto interrogativo. È invece una regola monastica per chi lo fa, una dedizione totale che silenzia gli orologi biologici, non si fa incantare dall’allodola dei piaceri borghesi, è lo sprezzo delle condizioni normative di una società che accumula, produce e riproduce meccanicamente. Il teatro ammorba, ammala, appesta – diceva qualcuno – ma salva, cura ed emoziona, infiamma, arringa, polemizza (il che è già molto in una società anestetizzata e confusa).

ph. Manuela Giusto
Ecco: è di immortalità ed eredità che ci parla James, l’ultima produzione della Compagnia Licia Lanera, di prossimo debutto a Kilowatt, proposto come anteprima al Festival O Ciel Lucente (per chi non lo conoscesse, è la rassegna estiva di teatro che si svolge da oltre vent’anni nel teatro sull’aia della masseria di Carlo Formigoni, in Valle d’Itria, prima con la sua illuminata animazione, oggi con la direzione del Teatro delle Forche, che dal magistero di Formigoni è nato).
Si dichiara fin dall’incipit descritto da Lanera – che lo spettacolo lo ha scritto e diretto, oltre a prendervi parte – trattasi di una prova ancora aperta, nel frattempo però l’azione scivola dalle avvertenze inziali all’esecuzione di attori e attrici che provano le scene dello spettacolo (ma è pirandellianamente già lo spettacolo). Il set del resto richiama, anche solo per simpatia, i Sei personaggi: un tavolino, da classiche prove, al centro della scena e intorno, a lato, di fronte, disposte in varie configurazioni mobili, otto sedie quanti sono i membri della compagine che si alternano in maschere fisse: la Madre e la Figlia, il Fidanzato e l’Artista, più una testa di capro e una di bue, calzate da corpi umani apparentemente estranei al quadretto familiare.

Da destra: Monica Contini e Lucia Zotti – ph. Manuela Giusto
Il dispositivo metateatrale fonde e mistifica vita, fiction ed esecuzione teatrale, inanellando una serie di “scene madri”, dialoghi per l’appunto tra madre e figlia, rigorosamente tutte attrici anche nella finzione, ma con differenti frustrazioni e mancanze, in cui le quatto interpreti (Lanera con la già ingaggiata Nina Martorana e le celebrate Lucia Zotti e Monica Contini) si alternano scambiandosi i ruoli. Zotti e Contini sono in effetti madre e figlia anche nella vita, a chi le conosce non sfuggono aspetti lievi e divertenti del loro rapporto pubblico, e proprio per questo la corrispondenza tra interpreti e personaggi diventa un’astuta mossa per creare confusione, una trappola in fin dei conti per tirare il pubblico nel gorgo della rappresentazione. Tutto è a vista e la staffetta delle battute segue un copione che passa da una mano all’altra, a volte si legge, si sfoglia, come se si seguisse alla lettera. In effetti, un filo quei frammenti di un discorso sull’immortalità ce l’hanno, punteggiati da gag, da balletti, da refrain con chiari effetti comici a stemperare argomenti da massimi sistemi trattati con leggerezza e ironia, ma soprattutto presi di lato e resi accessibili attraverso l’inevitabile complicità emotiva e affettiva con la platea. Impossibile non immedesimarsi. Quante donne non hanno fatto i conti, arrivate alla soglia dei fatidici quarant’anni, con una manciata di ovuli a mezzo regime, con quegli inevitabili bilanci che l’immobilità coatta del confinamento ti porta a trarre. Se la casa di proprietà sembrava un obiettivo, ora diventa un problema: a chi donarla in assenza di eredi? Ci si tormenta e ci si appella allora alla saggezza delle proprie madri, troppo impegnate a curar se stesse quando non sono troppo pentite delle proprie scelte per dare ascolto alla lamentatio filiale.

Mino Decataldo ed Ermelinda Nasuto – ph. Manuela Giusto
Ci sono poi il Fidanzato (Danilo Giuva) e l’Artista (Mino Decataldo) a bilanciare l’ormonalità femminile: il primo, disarmante nel suo disperato materialismo e spensieratezza, l’altro che vola alto e discetta massime sull’arte e sul teatro, nella speranza di gloria per il presente e d’immortalità nel futuro attraverso la propria opera. Sono una coppia antinomica ma convergente nella necessità di rimuovere e di opporsi alla caducità della vita umana. Restano infine i due animali, figurine di un bizzarro presepe in attesa che si componga ma dalle cui stelle scende James, una marionetta (ad opera di Michela Marazzi, agita da Ermelinda Nasuto) che ascolta e annuisce, terribilmente muta.
Il covid ora è finito, ce lo siamo messo alle spalle con tutti i bilanci e i buoni propositi fatti. Recenti ricerche hanno dimostrato che l’ironia è uno speciale strumento di resilienza alla malattia e alla senescenza. Scherzare e ridere dei propri mali come dei propri fallimenti è una medicina per lo spirito, un impareggiabile farmaco per allungare la vita e trovare nel dramma della quotidiana esistenza l’occasione ridanciana che annienti la brutalità del trauma. La “scena madre” di James può essere assunta proprio come un antidoto all’oblio proprio perché fa prova di ironia: non serve a rassegnarci né ad autocommiserarci, tantomeno a consolarci, ci suggerisce nuove posture per riuscire a stare nel mondo e riuscire a starci meglio.

ph. Manuela Giusto
James, scritto e diretto da Licia Lanera, con Monica Contini, Mino Decataldo, Danilo Giuva, Licia Lanera, Nina Martorana, Ermelinda Nasuto, Andrea Sicuro, Lucia Zotti, luci Max Tane, costumi Angela Tomasicchio, marionetta Michela Marrazzi, produzione Compagnia Licia Lanera, co-produzione 369gradi con il sostegno di ERT-Emilia Romagna Teatro
Visto l’11 luglio 2025 al Festival O Ciel Lucente – Il teatro sull’Aia di Carlo Formigoni (Ostuni, BR)