Instabili Vaganti

DOVE LA PRESENZA EVOCA L’ASSENZA, di Instabili Vaganti   È singolare rievocare la nostra partecipazione al convegno Terzo Teatro: ieri, oggi, domani a un anno di distanza temporale e circa 6000 km di distanza spaziale. Ma ancora più particolare è scrivere il seguente intervento sul Terzo Teatro dopo aver incontrato da pochi minuti Eugenio Barba, alla National School of Drama di New Delhi, dove siamo stati invitati con il nostro spettacolo Made in Ilva a quello che quest’anno sembrerebbe essere uno dei più grandi e importanti eventi teatrali del mondo: le “8th Theatre Olympics” in India. Vedendo lo spettacolo dell’Odin in programma al festival, The Great Cities under the Moon, ho pensato subito a quanto il nostro teatro sia distante dal loro. Sentendo il discorso di Eugenio Barba durante il Word Theatre Forum, ho pensato invece a come vi sia qualcosa nel loro lavoro che empaticamente sentiamo appartenerci: una sorta di codice genetico dell’attore che ci accomuna. Come compagnia Instabili Vaganti non ci siamo mai sentiti a nostro agio in nessuna categoria o classificazione di genere. La nostra ricerca mira a scardinare le etichette, le scatole cinesi nelle quali la critica e il mercato teatrale vorrebbero incasellarci. Al Fringe di… Continua a leggere

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ErosAntEros – Davide Sacco e Agata Tomšic

Durante il nostro percorso abbiamo avuto la fortuna di avere come compagni di viaggio una nutrita schiera di maestri. Alcuni di loro li abbiamo conosciuti soltanto su carta, attraverso i libri. Altri attraverso le loro opere in video o dal vivo. Altri ancora li abbiamo conosciuti di persona e abbiamo avuto la fortuna di scambiare con loro idee e pensieri. Alla fonte di alcuni ci siamo abbeverati attraverso esperienze formative. Con altri abbiamo collaborato alla creazione di opere, condividendo una parte importante della nostra vita nel teatro. Tra tutti questi amici-maestri l’Odin è stato ed è sicuramente tra quelli che più sentiamo vicini e che più sono stati importanti nello sviluppo della nostra etica e poetica. In realtà non ci sentiamo di appartenere a un filone di teatro piuttosto che a un altro. Amiamo e sentiamo a noi vicini artisti diversi, senza rinnegare coloro che hanno lavorato nel sistema della stabilità o che si sono isolati nella sperimentazione più estrema. Non siamo e non vogliamo essere gli epigoni di nessuno ma a differenza di molti nostri coetanei non crediamo di essere orfani di padri. Al contrario, siamo convinti di avere molte sfere parentali attorno noi: padri, madri, sorelle, fratelli, amici,… Continua a leggere

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Renzo Filippetti

Devo confessare che sono venuto a quest’incontro un po’ prevenuto: temevo rischiasse di trattarsi di un’assemblea di combattenti e reduci. Tante volte si parla del Terzo Teatro al passato, come qualcosa che c’è stato e non c’è più, ma non è così. Dall’altro lato, mi ha colpito l’intervento di Gabriele Vacis, che cercava nel suo computer frammenti legati al Terzo Teatro. E ho pensato: non voglio finire in un computer, è veramente deleterio – siamo carne e sangue. Devo però ricordare che Gabriele Vacis ha scritto un importante libro “Awareness” (consapevolezza) sulla permanenza di Grotowski a Torino, riportando fedelmente quello che Grotowski diceva, una cosa rara perché normalmente quelli che parlano di Grotowski interpretano quello che lui ha detto. C’è un elemento di discrimine fondamentale da chiarire sul Terzo Teatro: è stato un’ipotesi strategica che i critici hanno trasformato in una corrente artistica, ma in realtà era anzitutto un modo di occupare un territorio ideato da quei gruppi che non si riconoscevano né nel teatro tradizionale né in quello d’avanguardia. Ho sempre pensato al Terzo Teatro come ad un accampamento beduino pieno di identità diverse tra loro ma accomunate da un unico bisogno: costruire una terra dove far germogliare le… Continua a leggere

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Pino Di Buduo

Questa importante manifestazione è un’occasione che ci riunisce, che ci fa incontrare e ci permette di scambiare le nostre ultime esperienze e soprattutto di riflettere sulla storia del Terzo Teatro, sulla nostra storia che ha aperto tante nuove possibilità per il mondo teatrale, che poi si sono affermate e oggi mi sembrano finalmente acquisite. Alcuni concetti, alcune pratiche, alcuni campi di ricerca prima non esistevano: è il Terzo Teatro che le ha introdotte insieme a tutto il grande movimento dei teatri di base dagli anni Settanta in poi. Ha introdotto, per esempio, in modo organico – proprio per la sua natura –, il rapporto con il territorio. A questo riguardo posso raccontare la storia del Teatro Potlach, che ho fondato insieme a Daniela Regnoli nel 1976 a Fara Sabina, un borgo medievale a pochi chilometri da Roma. A quell’epoca ero assistente alla cattedra di Tradizioni Popolari del prof. Diego Carpitella e alla cattedra di Antropologia Culturale del prof. Alberto Mario Cirese nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma. Pensavo a una carriera universitaria dedicata ai nuovi campi di ricerca scientifica applicati all’uomo, alle comunità, alle identità e alle tradizioni. In questi settori mi impegnavo molto, ma… Continua a leggere

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Horacio Czertok

Per fare in fretta: ho avuto la fortuna di pubblicare un libro, Teatro in esilio – edito anche in tedesco per i tipi di Brandes&Apsel Frankfurt e recentemente in inglese col titolo Theatre of Exile presso Routledge (2016), a dimostrazione del vivo interesse che esiste in altri territori su questa esperienza del teatro –, e lì potete trovare le nostre storie, avventure, scelte, metodologie. Una volta ho chiesto a Claudio Abbado – che viene spesso a Ferrara – perché si fosse impegnato nella creazione di proprie orchestre e non suonasse mai con per esempio l’orchestra sinfonica “Arturo Toscanini”; mi guardò stranito e mi rispose: “mai”. Avete visto Prova d’orchestra? Come si fa a suonare con un’orchestra dove a una certa ora la prima tromba dice “ora basta, pausa sindacale”? Ecco allora che Abbado si è creato le proprie orchestre. Questo insegna che se vuoi creare il tuo teatro ti devi creare le condizioni in cui poter lavorare, dove decidi tu quando è giorno e quando notte, dove scegli gli strumenti che vuoi usare. Tra l’altro Abbado ha gli spartiti e un pubblico affezionato. Noi invece dovevamo creare le nostre partiture e, da esuli, anche il nostro pubblico. Quando siamo arrivati… Continua a leggere

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Claudia Contin Arlecchino

LA GUERRA DEL POETA. UN HAIKU TEATRALE FRA GIUSEPPE UNGARETTI E EGON SCHIELE, di Claudia Contin Arlecchino   La Guerra del Poeta, realizzata nel 2014, è una performance di Claudia Contin Arlecchino per la regia di Ferruccio Merisi, che sviluppa e porta a compimento un nodo tematico e una invenzione espressiva già toccati nei precedenti lavori della Scuola Sperimentale dell’Attore, una compagnia istituita a Pordenone nel 1990 dall’attrice friulana e dal regista bergamasco. La tecnica d’attore su cui si basa la performance è denominata “Tragedia dell’Arte” ed è ancora precedente: fondata da Claudia Contin Arlecchino nel 1987, si basa sui suoi studi posturali dell’opera del pittore Egon Schiele, avviati sin dalle frequentazioni giovanili dell’attrice all’Istituto d’Arte di Udine, all’Università di Architettura e all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Ma chi è Egon Schiele per l’attrice conosciuta come la prima donna a indossare i panni del carattere maschile di Arlecchino? Nato a Vienna nel 1890 e morto di influenza a soli 28 anni pochi giorni dopo la fine della Grande Guerra, Schiele venne considerato al suo tempo un pittore ribelle e scandaloso. Oggi è, invece, uno dei simboli più rappresentativi di quella che può essere chiamata la “grande crisi” dell’Arte e… Continua a leggere

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Beppe Chierichetti

Sono un attore. Questo vuol dire, tra le altre cose, che non sono una persona abituata a riflettere pubblicamente sul teatro. Piuttosto, sul senso di alcuni percorsi personali. Forse per questo, alla domanda cosa sia ora, cosa sia stato e quale debba essere considerato un carattere distintivo del Terzo Teatro l’unica risposta che mi viene spontanea è: la fedeltà. La fedeltà alla propria storia. Per noi del Teatro Tascabile di Bergamo si traduce in: fedeltà al gruppo. Sono parole chiave. Fedeltà. Storia. Noi, nostra. La fedeltà costa cara. Perché abbiamo continuato così, secondo la nostra tradizione e le nostre logiche, forse non sempre noi stessi avremmo saputo dirlo. Però abbiamo disciplinatamente pagato fino in fondo la fedeltà e il lusso di parlare di una “nostra” storia. Ora vi svelerò un piccolo segreto. Il 16 dicembre del 2016 il Sindaco di Bergamo ha insignito il nostro teatro della Medaglia D’oro e Civica Benemerenza del Comune “per aver contribuito con disinteressata dedizione, attraverso la sua opera e le sue azioni, al prestigio della città. L’originalità dell’azione, la continuità di percorso, le attività di formazione e il fertile intreccio con altri enti e associazioni fanno del TTB un attore culturale di grande qualità… Continua a leggere

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Mario Barzaghi

L’ATLETA E L’ATTORE, di Mario Barzaghi   Quando mi hanno proposto di intervenire all’interno del convegno Terzo Teatro: ieri, oggi e domani, mi sono chiesto, in primo luogo, quale potesse essere la forma più adatta per dar corpo, nei venti minuti a disposizione, a una sintesi del mio percorso attoriale che ha mosso i primi passi negli anni Settanta. Ho scelto, dopo essermi consultato con i miei compagni di lavoro del Teatro dell’Albero, una modalità performativa capace di coniugare la spiegazione con l’esempio pratico. È nato così l’intervento che abbiamo chiamato L’atleta e l’attore. Cosa hanno in comune un atleta e un attore? Non certo i muscoli, né il corpo ben levigato, né l’agilità ginnica; il legame è più sottile. Quello che a me interessa è il momento che precede la gara, l’attimo che viene prima del fischio, del colpo di pistola dello starter. In quell’istante tutto il corpo è pronto, è teso verso il traguardo, è nella compressione che anticipa l’esplosione. Questo è quello che accade in quella frazione di tempo che precede l’ingresso in scena. Immagino il corpo “compresso”, “costretto”, ridotto alla sua essenza, quasi fosse lo scarabocchio di un bimbo su un foglio bianco: una linea verticale… Continua a leggere

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Roberto Bacci

SIAMO STATI NEL TEMPO, di Roberto Bacci   Il Terzo Teatro è la storia di uomini che oggi non esistono più. Di un Paese che non esiste più. Di una società che non esiste più. Di una politica culturale che non esiste più. Eppure qualcosa resta e ci spinge non tanto a “ricordare”, ma a riflettere sul “presente”, perché anche il futuro non esiste più (o ancora). Se rifletto vedo prima di tutto una necessità di “teatri”, un plurale che, pur partendo da una definizione singolare, riusciva a moltiplicarsi in tante e diverse direzioni fino a sentire stretta persino la definizione di Terzo Teatro. Personalmente ho sempre ignorato questa definizione come una linea di condotta o una opzione politica, anche se la politica è stata fin dall’inizio una strada importante nelle mie scelte. Ma “politica” ha significato non il fine della creazione, bensì quello dell’organizzazione del lavoro, del nutrimento culturale mio e dell’ambiente teatrale, la contrapposizione ai modelli generali del teatro di quel periodo e la volontà di creare un modello “pubblico” autonomo che potesse organizzare la produzione di spettacoli e di cultura teatrale in modo alternativo. Così sono nati l’esperienza di Pontedera, e i Festival che ho diretto (Santarcangelo… Continua a leggere

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David Beronio

DOMANDE SENZA RISPOSTA, di David Beronio   Per condurre una riflessione sull’eredità del Terzo Teatro è necessario da un lato rifarsi a una prospettiva storica, come il convegno si propone di fare attraverso il ricco programma di testimonianze dirette di chi ha vissuto quella stagione in prima persona e da protagonista; dall’altro, occorre individuare quali sono le domande a cui il lavoro di tanti artisti ha cercato di proporre delle risposte, attraverso gli spettacoli e le strategie culturali di volta in volta messe in opera. Quelle stesse domande che ancora oggi ci interpellano, ancora oggi risuonano per artisti e studiosi, spesso senza essere accolte. Sono le domande che tutta l’arte pone sempre a chi la pratica, e che un’arte fluida e refrattaria a schemi e definizioni come il teatro pone con particolare forza. Considerando un’attività artistica non come un modo per creare intrattenimento e nemmeno come un mestiere che si colloca in un più ampio panorama di professionismo della cultura, restano un senso e uno scopo dell’arte ben precisi che sono quelli di stabilire un orizzonte di conoscenza. L’arte, dunque, come un’attività finalizzata ad ampliare la conoscenza del mondo e dell’uomo sia per chi la fa, sia per chi la… Continua a leggere

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