UN’ESTATE ITALIANA

[di Silvia Mei] Pare una lunga, interminabile stagione di mezzo, l’estate festivaliera che investe la nostra penisola nell’arco di quasi cinque mesi, per non dire sei. Una mezza stagione che copre, appunto, metà anno solare, da maggio a settembre, con anticipazioni in aprile e prolungamenti in ottobre. Ma anche l’altra stagione, dopo quella consueta degli abbonamenti annuali. Sarebbe comunque fin troppo ottimistico considerarla una costellazione nella galassia del sistema teatro italiano. Da una parte per lo scollamento sempre più marcato con le stagioni stabili (quelle dei Teatri Nazionali), dall’altro per l’assenza di un tessuto connettivo (ideale, se si vuole) che tenga insieme le componenti di un paesaggio sempre più perturbato da instabilità climatiche e rovesci temporaleschi. L’estate del terzo millennio è ufficialmente tropicale. Non sai mai come vestirti, l’acquazzone è sempre in agguato e l’afa umida di una pioggia imprevista fa da prologo a un sole essiccatore. Verrebbe da dire, per citare una canzone un po’ retrò, un po’ nostalgica, e neanche troppo pop, odio l’estate. Il critico temerario che volesse battere – e chi scrive non si è voluta sottrarre quest’anno all’eroica impresa – i principali festival italiani dovrebbe farsi scritturare dalla propria testata per una “tournée” da fisici temprati (a tutto). Bisogna… Continua a leggere

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NON È UN TEATRO PER BAMBINI. “Five Easy Pieces” di Milo Rau

[di Silvia Mei] L’impressione che si registra vedendo l’ultimo spettacolo di Milo Rau – acclamato regista svizzero rivelazione di questa estate festivaliera – è di trovarsi di fronte a un genio o a un furbo mestierante. E il suo Five Easy Pieces (creazione in prima nazionale a Short Theatre 11, Roma poi a Terni Festival e a Contemporanea, Prato), è il tipico spettacolo che divide: non perché spacca in due l’opinione di pubblico e critica, ma perché “divide” lo spettatore stesso, sollecitando nell’arco di un’ora e mezzo di rappresentazione un magma di emozioni contrastanti. Il pregiudizio cede il passo alla compassione, lo spirito dubbioso all’emotività, l’orrore alla tenerezza. Se ne esce, per così dire, frastornati e scossi. Il fenomeno Milo Rau (classe 1977) è comunque tutt’altro che fatto recente, sebbene il riconoscimento artistico si attesti a partire dal 2012 (dopo una serie di premi e inviti a prestigiose istituzioni, anche le due importanti retrospettive a Berlino e a Parigi tra il 2014 e il 2015). La sua formazione non è certo improvvisata: solida nelle scienze sociali e in filosofia (è stato allievo diretto di Todorov e Bourdieu) ma decisamente ibrida negli esiti performativi (a partire dal 2002). Qui convergono i… Continua a leggere

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