«L’ARTE COSÌ DETTA EDUCATIVA NON GIOVA NEMMENO AL POPOLO»: la intrinseca politicità del teatro di Sem Benelli
[di Simona Bordasco] «Sentii che per essere scrittore di teatro bisognava avere una missione: voleva dire di essere apostoli, materni, creativi, rivoluzionari, politici anche» (Benelli, 1933: 10). Così, tra le pagine del periodico «Comoedia», rievocava gli sviluppi della sua vocazione al teatro il pratese Sem Benelli, la cui produzione risulta poco frequentata dalla critica odierna. La ricognizione testuale tentata quasi un decennio fa (Tomassini, 2015) riscontra ancora poco seguito tra gli italianisti (Palumbo, 2020), mentre un resoconto biografico è venuto dagli ambienti storiografici con l’intento, piuttosto, di ricostruire la storia della cultura e politica italiana del primo Novecento (Antonini, 2012). Altrettanto scarsamente noto risulta Benelli al grande pubblico, se non per La cena delle beffe, la sua pièce più acclamata, rimasta tale a distanza di anni dal debutto al Teatro Argentina di Roma nel 1909, anche quando fu riportata in scena nel 1924 con la musica di Umberto Giordano. Tradotta in varie lingue, lo consacrò come drammaturgo a livello internazionale, procurandogli quell’unanime consenso dei recensori che è rimasto un episodio raro nella sua prolifica carriera e ad essa è associato oggi il suo nome, complice da un lato la trasposizione cinematografica diretta da Alessandro Blasetti nel 1942, e dall’altro… Continua a leggere
