«IL BUIO SEME DEL DOMINIO». Uso e abuso del potere nella regia, dai padri fondatori al teatro di gruppo

[di Marco De Marinis] Relazione al Convegno internazionale in onore di Eugenio Barba (90 anniversario) “Il Terzo Teatro: fra etica, performance e comunità”, 14-15 settembre 2026. La discussione sulla regia segna il passo da tempo. Le ultime riflessioni degne di nota risalgono al primo decennio del nuovo millennio, con qualche coda nella prima metà del secondo. Si parlò allora di teatro post-registico, regia debole, regia di gruppo o a rotazione, etc. Era soprattutto il ruolo forte, demiurgico del regista che veniva messo in discussione, la sua pretesa di essere l’autore unico dello spettacolo, il padrone indiscusso della messa in scena. Ricordo che fra i primi a intervenire in tal senso fu Gabriele Vacis. In una relazione tenuta al Piccolo Teatro di Milano, dunque nel tempio della regia italiana, e nientemeno che alla presenza di Giorgio Strehler, il re dei re(gisti), riuscì a proporre il “suicidio” del regista, intendendo dire che ormai aveva fatto il suo tempo il «regista-autore, quello autoritario che sa come sarà lo spettacolo finito ancor prima di iniziare». A suo parere, si trattava di prendere atto che ormai, nel processo creativo a teatro, i rapporti di forza si erano rovesciati, e fortunatamente: «Non l’attore che è uno… Continua a leggere

Share

IL FOLLE VOLO Interviste a Pietro Floridia e Abraham Tesfai

[a cura di Laura Budriesi e Alice Farneti] Se dovessi ricordare Pietro Floridia con un’immagine menzionerei quella particolarmente significativa di un cielo visto dal basso, tra le maglie di una rete, quella alta cinque metri dell’ex Cie di Via Mattei, a Bologna, ex centro di reclusione ed espulsione, ora Hub, un centro di prima accoglienza e transito per migranti. Ospite del convegno “Danze africane in transito”, a cura di Giovanni Azzaroni e di chi scrive, Floridia ha raccontato la sua esperienza laboratoriale svolta negli anni nel centro di reclusione, spazio chiuso percepito come luogo di segregazione carceraria, da cui cominciava a trapelare oltre il muro di cinta una realtà di violenze e abusi da parte di polizia e sorveglianti. Il regista bolognese aveva focalizzato il suo intervento sull’uso della danza come primo contatto tra due gruppi – lui e alcuni dei suoi attori – e i migranti: «due gruppi entrambi piuttosto spaesati, entrambi non a casa propria, entrambi in una terra di nessuno». Ricordava come nell’aria ci fosse un certo imbarazzo fino a che non aveva deciso di mettere al centro del cerchio un tamburo e in quel modo avevo preso vita una danza improvvisata, spontanea: «l’incendio era divampato, si era… Continua a leggere

Share