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		<title>TEATRO DEI LIBRI</title>
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		<published>2016-05-09T09:26:59Z</published>
		<updated>2016-05-09T09:26:59Z</updated>
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		<author>
			<name>Silvia Mei</name>
		<email>meisilvia@libero.it</email>
		</author>
		<summary type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: small;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #008000;&quot;&gt;VUOTI DI MEMORIA E FILOLOGIA DEL QUASI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;A proposito di Valentina Valentini, &lt;em&gt;Nuovo Teatro Made In Italy 1963-2013&lt;/em&gt;, con saggi di Anna Barsotti, Cristina Grazioli, Donatella Orecchia, Roma, Bulzoni, 2015, 380 pagine.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: small;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify; padding-left: 180px;&quot;&gt;&lt;br /&gt; &lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;Notte dopo notte dopo notte […] lavoro finché mi duole il cervello. Per arrivare all'esattezza perfetta. Per correggere il più infimo refuso in un testo che forse nessuno leggerà mai o che verrà mandato al macero il giorno dopo. L'esattezza. La santità dell'esattezza. Il rispetto di se stesso. […] L'Utopia significa semplicemente l'esattezza!&lt;br /&gt; (George Steiner, &lt;em&gt;Il correttore&lt;/em&gt; [1992], Garzanti, 1992, p. 68)*&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/nt made in italy.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;200&quot; style=&quot;float: left; margin-right: 5px; margin-left: 5px;&quot; /&gt;&lt;span style=&quot;color: #008000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;[Marco De Marinis]&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; Gli studi teatrali italiani non godono di buona salute, nonostante un'impressione di apparente floridezza quantitativa. Soprattutto quelli riguardanti la scena contemporanea, perché in questo caso emergono drammaticamente (è il caso di dirlo), molto più che per l'antico, tutti i limiti dovuti alla mancanza di rigore e di consapevolezza metodologica, cui si aggiungono spesso una conoscenza inadeguata dei fenomeni di cui ci si occupa e poca chiarezza nei criteri delle scelte operate.&lt;br /&gt;Quando poi a questi limiti, quasi costitutivi per l'appunto, si sommano ancor più oscure volontà di rimozione, le scelte rispondono anche a  spregevoli oltre che inspiegabili desideri di vendetta o rivalsa, e la mancanza di rigore diventa sciatteria sistematica, allora il risultato non può che essere davvero disastroso e da additare doverosamente alla pubblica disapprovazione.&lt;br /&gt;Purtroppo questo è il caso del volume di cui ci tocca parlare oggi,  e della sua autrice-curatrice Valentina Valentini (d'ora in poi V.V.), non nuova del resto a imprese del genere. Dal momento che è lei appunto la curatrice dell'opera, oltre che l'autrice di quasi i tre-quarti delle pagine, tralascerò in questa scheda le incolpevoli (?) compagne di strada, sui cui contributi ci sarà modo di tornare eventualmente in altra sede. Né mi occuperò del sito web, a cui pure il volume vistosamente rinvia. Apparirà chiaro nel corso della mia disamina che i pesantissimi  limiti del cartaceo non possono essere ovviamente rimediati in alcun modo rimandando a integrazioni elettroniche: sarebbe una ben curiosa funzione del web quella di dover riparare agli svarioni e alle omissioni delle pagine a stampa!&lt;/p&gt;
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		<content type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: small;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #008000;&quot;&gt;VUOTI DI MEMORIA E FILOLOGIA DEL QUASI&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;color: #000080;&quot;&gt;A proposito di Valentina Valentini, &lt;em&gt;Nuovo Teatro Made In Italy 1963-2013&lt;/em&gt;, con saggi di Anna Barsotti, Cristina Grazioli, Donatella Orecchia, Roma, Bulzoni, 2015, 380 pagine.&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p style=&quot;text-align: justify; padding-left: 180px;&quot;&gt;&lt;br /&gt; &lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;Notte dopo notte dopo notte […] lavoro finché mi duole il cervello. Per arrivare all'esattezza perfetta. Per correggere il più infimo refuso in un testo che forse nessuno leggerà mai o che verrà mandato al macero il giorno dopo. L'esattezza. La santità dell'esattezza. Il rispetto di se stesso. […] L'Utopia significa semplicemente l'esattezza!&lt;br /&gt; (George Steiner, &lt;em&gt;Il correttore&lt;/em&gt; [1992], Garzanti, 1992, p. 68)*&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/nt made in italy.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;200&quot; style=&quot;float: left; margin-right: 5px; margin-left: 5px;&quot; /&gt;&lt;span style=&quot;color: #008000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;[Marco De Marinis]&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; Gli studi teatrali italiani non godono di buona salute, nonostante un'impressione di apparente floridezza quantitativa. Soprattutto quelli riguardanti la scena contemporanea, perché in questo caso emergono drammaticamente (è il caso di dirlo), molto più che per l'antico, tutti i limiti dovuti alla mancanza di rigore e di consapevolezza metodologica, cui si aggiungono spesso una conoscenza inadeguata dei fenomeni di cui ci si occupa e poca chiarezza nei criteri delle scelte operate.&lt;br /&gt;Quando poi a questi limiti, quasi costitutivi per l'appunto, si sommano ancor più oscure volontà di rimozione, le scelte rispondono anche a  spregevoli oltre che inspiegabili desideri di vendetta o rivalsa, e la mancanza di rigore diventa sciatteria sistematica, allora il risultato non può che essere davvero disastroso e da additare doverosamente alla pubblica disapprovazione.&lt;br /&gt;Purtroppo questo è il caso del volume di cui ci tocca parlare oggi,  e della sua autrice-curatrice Valentina Valentini (d'ora in poi V.V.), non nuova del resto a imprese del genere. Dal momento che è lei appunto la curatrice dell'opera, oltre che l'autrice di quasi i tre-quarti delle pagine, tralascerò in questa scheda le incolpevoli (?) compagne di strada, sui cui contributi ci sarà modo di tornare eventualmente in altra sede. Né mi occuperò del sito web, a cui pure il volume vistosamente rinvia. Apparirà chiaro nel corso della mia disamina che i pesantissimi  limiti del cartaceo non possono essere ovviamente rimediati in alcun modo rimandando a integrazioni elettroniche: sarebbe una ben curiosa funzione del web quella di dover riparare agli svarioni e alle omissioni delle pagine a stampa!&lt;/p&gt;
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		<title>TEATRO DEI LIBRI</title>
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			<name>Silvia Mei</name>
		<email>meisilvia@libero.it</email>
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&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
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&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/amore_anarchia_cover.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;284&quot; style=&quot;margin-right: 5px; margin-left: 5px; float: left; border: 0px none;&quot; /&gt;&lt;span style=&quot;color: #008080;&quot;&gt;[Lorenzo Donati]&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt; Scrivere un libro su uno spettacolo teatrale è oggi operazione difficilissima. Nell'attuale panorama editoriale delle arti sceniche, infatti, il rischio di “parlarsi addosso” è dietro l'angolo. Non di rado si finisce per raccontare e dissezionare processi creativi che sono rimasti tali, dal momento che le opere finite hanno raggiunto solo una manciata di repliche; così il prodotto editoriale consuntivo spesso riflette su spettacoli a cui è mancato un confronto con diversi spettatori, con testimonianze orali, scritture critiche, note giornalistiche, saggi non premeditati etc. In questi casi, dunque, il libro corre il pericolo di restare quasi l'unico discorso sull'opera, facendo poco o nulla per alimentare quella cultura teatrale dai contorni sempre più chiusi che tutti conosciamo. Così, spesso accade di avere fra le mani volumi che non appena sfogliati “evaporano”.&lt;br /&gt;Un secondo rischio di un libro sui processi creativi risiede nella tentazione di mettere nero su bianco tutti i passaggi che hanno concorso a costruire uno spettacolo, conferendo ad appunti, annotazioni, dichiarazioni una dignità letteraria che spesso era consigliabile non avessero, perché naturalmente inscritte nel “chiuso” di un percorso creativo. Paratesti, insomma, estrapolati dal bagaglio di materiali “non rappresentabili” del lavoro di ogni attore e attrice e che una volta depositati sulla pagina finiscono per appiattire le “altezze” dell'arte, abbassandone il mistero, rendendo tutto troppo spiegato.&lt;br /&gt;Già dall'incipit è chiaro che Cristina Valenti, curatrice di &lt;em&gt;Amore e anarchia. Uno spettacolo del Teatro delle Albe&lt;/em&gt; (Titivillus, Corazzano 2015), aveva ben presenti tali rischi ed è riuscita a evitarli. Il volume potrebbe anzi essere preso a modello per comporre libri a partire da una sola opera teatrale. «Abbiamo chiesto agli autori coinvolti di continuare il dialogo dello spettacolo», si legge nelle note introduttive a firma della curatrice, e davvero questo ci pare un punto di partenza in grado di marcare una credibilità sia scientifica che artistica.&lt;/p&gt;
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		<content type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #008080;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: small;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;Amore e anarchia. Uno spettacolo del Teatro delle Albe&lt;/em&gt;, a cura di Cristina Valenti, Corazzano (Pisa), Titivillus, 2015, 168 pp.&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
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		<title>COMPAGNIA BERARDI - CASOLARI</title>
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		<published>2015-12-16T10:37:14Z</published>
		<updated>2015-12-16T10:37:14Z</updated>
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		<author>
			<name>Silvia Mei</name>
		<email>meisilvia@libero.it</email>
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		<summary type="html">&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;La prima, la migliore&lt;/em&gt;: il lungo elastico che porta guerra e morte in scena&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/berardi casolari - la prima la migliore 1.jpg&quot; border=&quot;0&quot; style=&quot;float: left; margin: 5px;&quot; /&gt;&lt;strong&gt;[Laura Budriesi] &lt;/strong&gt;“Fare teatro per noi è un atto di fede. Tanto di ‘pelo’, si dice a Taranto”. Così racconta Gianfranco Berardi del suo essere attore, e del particolare lavoro drammaturgico sviluppato insieme a Gabriella Casolari per lo spettacolo &lt;em&gt;La prima, la migliore&lt;/em&gt;. Una messa in scena che si rifà al romanzo &lt;em&gt;Niente di nuovo sul fronte occidentale&lt;/em&gt; di E.M. Remarque, ma attinge anche a più memorie biografiche della prima guerra mondiale (1914-1918), come ad esempio &lt;em&gt;Giornale di guerra e prigionia&lt;/em&gt; di C.E. Gadda, con il preciso intento, per sua stessa ammissione, di lavorare sulla pietà.  &lt;br /&gt;Una messa in scena che ha il respiro, il ritmo del teatro di narrazione e di denuncia,  padroneggiando i frutti del “novecento teatrale”. In primis la costruzione dello spazio scenico, reso vivo, parlante, nella sua materialità, soprattutto attraverso gli oggetti che lo abitano: in particolare, la sedia di Berardi è rimando immediato a quella simbolo del teatro di narrazione, da Marco Baliani (&lt;em&gt;Kohlhaas&lt;/em&gt;) ad Ascanio Celestini (&lt;em&gt;Radio Clandestina&lt;/em&gt;). Poi c’è un lungo elastico che svolge funzioni multiple e di volta in volta  si fa colpo di fucile che dà la morte, si trasforma in fangosa e soffocante trincea: un oggetto di scena dinamicizzato nel suo interagire con la corporeità dell’attore, il quale a sua volta plasma e riplasma il proprio corpo attraverso la plasticità dell’oggetto in questione, come nel caso del defunto dondolante sulle corde elastiche, portavoce inerte ed infilzato da vessilli delle nazioni in guerra, o dell’agonizzante fante ferito e bendato che osserva fissamente la morte.&lt;/p&gt;
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		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;em&gt;La prima, la migliore&lt;/em&gt;: il lungo elastico che porta guerra e morte in scena&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/berardi casolari - la prima la migliore 1.jpg&quot; border=&quot;0&quot; style=&quot;float: left; margin: 5px;&quot; /&gt;&lt;strong&gt;[Laura Budriesi] &lt;/strong&gt;“Fare teatro per noi è un atto di fede. Tanto di ‘pelo’, si dice a Taranto”. Così racconta Gianfranco Berardi del suo essere attore, e del particolare lavoro drammaturgico sviluppato insieme a Gabriella Casolari per lo spettacolo &lt;em&gt;La prima, la migliore&lt;/em&gt;. Una messa in scena che si rifà al romanzo &lt;em&gt;Niente di nuovo sul fronte occidentale&lt;/em&gt; di E.M. Remarque, ma attinge anche a più memorie biografiche della prima guerra mondiale (1914-1918), come ad esempio &lt;em&gt;Giornale di guerra e prigionia&lt;/em&gt; di C.E. Gadda, con il preciso intento, per sua stessa ammissione, di lavorare sulla pietà.  &lt;br /&gt;Una messa in scena che ha il respiro, il ritmo del teatro di narrazione e di denuncia,  padroneggiando i frutti del “novecento teatrale”. In primis la costruzione dello spazio scenico, reso vivo, parlante, nella sua materialità, soprattutto attraverso gli oggetti che lo abitano: in particolare, la sedia di Berardi è rimando immediato a quella simbolo del teatro di narrazione, da Marco Baliani (&lt;em&gt;Kohlhaas&lt;/em&gt;) ad Ascanio Celestini (&lt;em&gt;Radio Clandestina&lt;/em&gt;). Poi c’è un lungo elastico che svolge funzioni multiple e di volta in volta  si fa colpo di fucile che dà la morte, si trasforma in fangosa e soffocante trincea: un oggetto di scena dinamicizzato nel suo interagire con la corporeità dell’attore, il quale a sua volta plasma e riplasma il proprio corpo attraverso la plasticità dell’oggetto in questione, come nel caso del defunto dondolante sulle corde elastiche, portavoce inerte ed infilzato da vessilli delle nazioni in guerra, o dell’agonizzante fante ferito e bendato che osserva fissamente la morte.&lt;/p&gt;
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		<title>TEATRO DEI LIBRI</title>
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		<published>2015-12-15T15:08:53Z</published>
		<updated>2015-12-15T15:08:53Z</updated>
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		<author>
			<name>Silvia Mei</name>
		<email>meisilvia@libero.it</email>
		</author>
		<summary type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;Marco Martinelli, &lt;em&gt;Farsi luogo. Varco al teatro in 101 movimenti&lt;/em&gt;, Bologna, Cue Press, 2015, 47 pp.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;&lt;strong&gt;[Marco De Marinis]&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/m. martinelli farsi luogo - cover.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;215&quot; height=&quot;283&quot; style=&quot;border: 0px none; float: left; margin: 5px;&quot; /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;em&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;Studiando il teatro del XX secolo stiamo, con fatica e approssimazione, prendendo coscienza che la grande rivoluzione del teatro che il &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;nostro passato ha vissuto qualcos'altro. Non &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;era la Regia, il teatro come arte, era una diversa esperienza di uomini nel teatro e con il lavoro di teatro, esperienza che ha certo costruito mezzi espressivi e tecniche e cultura, ma soprattutto è stata la ricerca per definirsi in nuove situazioni. […] Nel teatro del Novecento c'è stata una esigenza costante e comune di originalità e di eccezionalità. […]  I diversi teatri del Novecento sono vissuti cercando e dichiarando il loro prodotto come evento unico e irripetibile, al di fuori della serie 'normale' degli spettacoli, come espressione invece di una creazione originaria e fondante. E dunque è costante, nel Novecento, l'automatismo del legare l'evento teatrale ad un manifesto di poetica o ad una sistemazione intellettuale del lavoro, tanto che anche i diversi spettacoli diventano momenti esemplificativi, di parziale raggiungimento dell'unica idea/modello di teatro che è invece pienamente enunciata nel manifesto.&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify; padding-left: 150px;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;Fabrizio Cruciani, &lt;em&gt;In Theatrum oratio&lt;/em&gt; (1982), in &lt;em&gt;Registi pedagoghi e comunità teatrali nel Novecento (e scritti inediti)&lt;/em&gt;, Roma, Editori &amp; Associati, 1995, pp. 227-228.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Prologo sul “Teatro politttttttico”&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vorrei parlare di due giovani, un uomo e una donna, che irruppero in un serissimo (seriosissimo?) convegno sul teatro politico (organizzato da Beppe Bartolucci a Narni, nell'aprile del 1987, mi vedeva tra i partecipanti) e lessero un breve testo intitolato  &lt;em&gt;Teatro politttttttico&lt;/em&gt;, con ben sette t! In realtà a leggere fu solo lui, tutto compunto, mentre lei “gli stava accanto in posizione orante: indossava una giacchetta verde sulla quale aveva[no] infilzato delle forchette che sembravano entrare nella pelle, come un San Sebastiano di fine millennio”.  &lt;br /&gt; Questi due giovani, serafici provocatori  erano Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, all'epoca appena trentenni e cofondatori, quattro anni prima, del Teatro delle Albe a Ravenna, insieme a Luigi Dadina e a Marcella Nonni. Il &lt;em&gt;Teatro politttttttico&lt;/em&gt; oggi figura quasi all'inizio del loro volume &lt;em&gt;Primavera eretica. Scritti e interviste: 1983-2013&lt;/em&gt; (Corazzano [Pisa], Titivillus, 2014), pubblicato - con la nota descrittiva citata prima - in occasione del trentennale della compagnia e già recensito in questo sito (&lt;a href=&quot;http://www.cultureteatrali.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1299:teatro-dei-libri&amp;catid=9:news&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;clicca qui&lt;/a&gt;).&lt;/p&gt;
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		<content type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;Marco Martinelli, &lt;em&gt;Farsi luogo. Varco al teatro in 101 movimenti&lt;/em&gt;, Bologna, Cue Press, 2015, 47 pp.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;color: #993300;&quot;&gt;&lt;strong&gt;[Marco De Marinis]&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/m. martinelli farsi luogo - cover.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;215&quot; height=&quot;283&quot; style=&quot;border: 0px none; float: left; margin: 5px;&quot; /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;em&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;Studiando il teatro del XX secolo stiamo, con fatica e approssimazione, prendendo coscienza che la grande rivoluzione del teatro che il &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;nostro passato ha vissuto qualcos'altro. Non &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;era la Regia, il teatro come arte, era una diversa esperienza di uomini nel teatro e con il lavoro di teatro, esperienza che ha certo costruito mezzi espressivi e tecniche e cultura, ma soprattutto è stata la ricerca per definirsi in nuove situazioni. […] Nel teatro del Novecento c'è stata una esigenza costante e comune di originalità e di eccezionalità. […]  I diversi teatri del Novecento sono vissuti cercando e dichiarando il loro prodotto come evento unico e irripetibile, al di fuori della serie 'normale' degli spettacoli, come espressione invece di una creazione originaria e fondante. E dunque è costante, nel Novecento, l'automatismo del legare l'evento teatrale ad un manifesto di poetica o ad una sistemazione intellettuale del lavoro, tanto che anche i diversi spettacoli diventano momenti esemplificativi, di parziale raggiungimento dell'unica idea/modello di teatro che è invece pienamente enunciata nel manifesto.&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify; padding-left: 150px;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;Fabrizio Cruciani, &lt;em&gt;In Theatrum oratio&lt;/em&gt; (1982), in &lt;em&gt;Registi pedagoghi e comunità teatrali nel Novecento (e scritti inediti)&lt;/em&gt;, Roma, Editori &amp; Associati, 1995, pp. 227-228.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Prologo sul “Teatro politttttttico”&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vorrei parlare di due giovani, un uomo e una donna, che irruppero in un serissimo (seriosissimo?) convegno sul teatro politico (organizzato da Beppe Bartolucci a Narni, nell'aprile del 1987, mi vedeva tra i partecipanti) e lessero un breve testo intitolato  &lt;em&gt;Teatro politttttttico&lt;/em&gt;, con ben sette t! In realtà a leggere fu solo lui, tutto compunto, mentre lei “gli stava accanto in posizione orante: indossava una giacchetta verde sulla quale aveva[no] infilzato delle forchette che sembravano entrare nella pelle, come un San Sebastiano di fine millennio”.  &lt;br /&gt; Questi due giovani, serafici provocatori  erano Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, all'epoca appena trentenni e cofondatori, quattro anni prima, del Teatro delle Albe a Ravenna, insieme a Luigi Dadina e a Marcella Nonni. Il &lt;em&gt;Teatro politttttttico&lt;/em&gt; oggi figura quasi all'inizio del loro volume &lt;em&gt;Primavera eretica. Scritti e interviste: 1983-2013&lt;/em&gt; (Corazzano [Pisa], Titivillus, 2014), pubblicato - con la nota descrittiva citata prima - in occasione del trentennale della compagnia e già recensito in questo sito (&lt;a href=&quot;http://www.cultureteatrali.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1299:teatro-dei-libri&amp;catid=9:news&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;clicca qui&lt;/a&gt;).&lt;/p&gt;
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		<title>BATTLEFIELD di Peter Brook</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.cultureteatrali.org/focus-on/1385-battlefield-di-peter-brook.html"/>
		<published>2015-12-07T20:37:44Z</published>
		<updated>2015-12-07T20:37:44Z</updated>
		<id>http://www.cultureteatrali.org/focus-on/1385-battlefield-di-peter-brook.html</id>
		<author>
			<name>Silvia Mei</name>
		<email>meisilvia@libero.it</email>
		</author>
		<summary type="html">&lt;p&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Un omaggio sospeso al tempo e alla memoria&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/p. brook_battlefield_2_2015.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;500&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; /&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;[Rosaria Ruffini]&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; Come a voler tornare indietro di trent’anni per rincorrere il tempo e chiudere un cerchio. E ridipingere i colori del passato, riportando il teatro de Les Bouffes du Nord all’aspetto che aveva nel 1985, quando diventò il tempio di uno dei rituali teatrali passati alla storia delle scene: il &lt;em&gt;Mahabharata&lt;/em&gt;. Lo spettatore che entra nel teatro parigino per assistere alla nuova pièce di Peter Brook, &lt;em&gt;Battlefield&lt;/em&gt;, è colto da stupore di fronte alla visione di uno spazio incantato e completamente spoglio. Illuminato di un rosso pompeiano (grazie al sapientissimo e segreto lavoro di luci di Philippe Vialatte), lo spazio verticale de Les Bouffes non è mai stato così regale. Su tutto sembra aleggiare una misteriosa e ricostruita polvere del tempo. Le pareti graffiate come a riportare tracce, il pavimento consumato e ricreato con un impercettibile tappeto ocra, svelano un’operazione che sembra un lavoro di restauro a rovescio che ricostruisce le rughe del tempo e ripresenta una delle concezioni spaziali più evocative che il ‘900 abbia conosciuto. D’altronde anche gli spettatori sembrano essere gli stessi che videro il &lt;em&gt;Mahabharata&lt;/em&gt; nel 1985. La platea incanutita è composta quasi esclusivamente da visi segnati dall’età, fatto sorprendente per Les Bouffes solitamente frequentato da giovanissimi e scolaresche. Ma questa è il momento della nostalgia. &lt;br /&gt;Anche per Brook, che propone oggi un episodio inedito di quel lungo e intenso lavoro che fu il &lt;em&gt;Mahabharata&lt;/em&gt;, lo straordinario poema indiano adattato da Jean-Claude Carriere. La breve pièce s’intitola &lt;em&gt;Battlefield&lt;/em&gt; (ovvero Campo di battaglia) e non è certo un caso che il titolo metta l’accento sul luogo. &lt;em&gt;Battlefield&lt;/em&gt; infatti omaggia ed esalta lo spazio vuoto totale de Les Bouffes, testimone e protagonista di anni di ricerche teatrali.
</summary>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Un omaggio sospeso al tempo e alla memoria&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/p. brook_battlefield_2_2015.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;500&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot; /&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff0000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;[Rosaria Ruffini]&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; Come a voler tornare indietro di trent’anni per rincorrere il tempo e chiudere un cerchio. E ridipingere i colori del passato, riportando il teatro de Les Bouffes du Nord all’aspetto che aveva nel 1985, quando diventò il tempio di uno dei rituali teatrali passati alla storia delle scene: il &lt;em&gt;Mahabharata&lt;/em&gt;. Lo spettatore che entra nel teatro parigino per assistere alla nuova pièce di Peter Brook, &lt;em&gt;Battlefield&lt;/em&gt;, è colto da stupore di fronte alla visione di uno spazio incantato e completamente spoglio. Illuminato di un rosso pompeiano (grazie al sapientissimo e segreto lavoro di luci di Philippe Vialatte), lo spazio verticale de Les Bouffes non è mai stato così regale. Su tutto sembra aleggiare una misteriosa e ricostruita polvere del tempo. Le pareti graffiate come a riportare tracce, il pavimento consumato e ricreato con un impercettibile tappeto ocra, svelano un’operazione che sembra un lavoro di restauro a rovescio che ricostruisce le rughe del tempo e ripresenta una delle concezioni spaziali più evocative che il ‘900 abbia conosciuto. D’altronde anche gli spettatori sembrano essere gli stessi che videro il &lt;em&gt;Mahabharata&lt;/em&gt; nel 1985. La platea incanutita è composta quasi esclusivamente da visi segnati dall’età, fatto sorprendente per Les Bouffes solitamente frequentato da giovanissimi e scolaresche. Ma questa è il momento della nostalgia. &lt;br /&gt;Anche per Brook, che propone oggi un episodio inedito di quel lungo e intenso lavoro che fu il &lt;em&gt;Mahabharata&lt;/em&gt;, lo straordinario poema indiano adattato da Jean-Claude Carriere. La breve pièce s’intitola &lt;em&gt;Battlefield&lt;/em&gt; (ovvero Campo di battaglia) e non è certo un caso che il titolo metta l’accento sul luogo. &lt;em&gt;Battlefield&lt;/em&gt; infatti omaggia ed esalta lo spazio vuoto totale de Les Bouffes, testimone e protagonista di anni di ricerche teatrali.
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		<title>ELOGIO DI CARLO CECCHI </title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.cultureteatrali.org/focus-on/1372-elogio-di-carlo-cecchi-.html"/>
		<published>2015-07-16T10:53:25Z</published>
		<updated>2015-07-16T10:53:25Z</updated>
		<id>http://www.cultureteatrali.org/focus-on/1372-elogio-di-carlo-cecchi-.html</id>
		<author>
			<name>Silvia Mei</name>
		<email>meisilvia@libero.it</email>
		</author>
		<summary type="html">&lt;p&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;“Un attore che recita, ma che pensa anche sul recitare” *&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;[Marco De Marinis]&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; Chiunque voglia tentare  un approccio complessivo al lavoro artistico di Carlo Cecchi, attore e regista teatrale straordinario ma anche notevole interprete cinematografico e televisivo, si trova di fronte a un'impresa tutt'altro che agevole. Anche  limitandosi al solo contributo teatrale, si tratta di confrontarsi con un repertorio di spettacoli non solo vastissimo numericamente ma anche e soprattutto estremamente diversificato, che va da Shakespeare alla farsa dialettale napoletana, da Molière all'ottocentesco Büchner, da Majakovski a Brecht, da Pirandello ad alcuni dei massimi autori contemporanei: Beckett, Pinter, Bernhard. E anche questo elenco è ben lungi dall'essere completo. Si potrebbe affermare – come in effetti è stato fatto – che, in realtà, “l'intero patrimonio teatrale è oggetto della vorace sperimentazione di Cecchi”. E aggiungere inoltre che una teatrografia così vasta e diversificata è sicuramente indizio di “uno spirito inquieto e curioso, che rifugge da ogni chiusura” (cito ancora da una nota enciclopedia). &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;In questo mio breve discorso di festeggiamento  sarò costretto a compiere delle scelte drastiche. Volendo evitare – non solo per ragioni di tempo – le trappole della esaustività enciclopedica, da un lato, e quelle della celebrazione generica, dall'altro, cercherò di cogliere la specificità e l'importanza del contributo dato da Carlo Cecchi al teatro italiano, e più ampiamente alla cultura del nostro Paese, attraverso un breve rosario di &lt;em&gt;parole chiave&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;Ma prima un'autodefinizione (del 1978) particolarmente precisa nella sua apparentemente dimessa oggettività, fra le numerose che gli è capitato di attribuirsi nel tempo, pressato in genere dagli intervistatori:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;Sono soprattutto un attore, regista attraverso l'attore, sono un attore che recita, ma &lt;em&gt;che pensa anche sul recitare&lt;/em&gt;. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parto da questa autodefinizione anche perchè mi consente di mettere in campo la prima parola chiave, e cioè ESTRANEITÀ.&lt;/p&gt;
</summary>
		<content type="html">&lt;p&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;“Un attore che recita, ma che pensa anche sul recitare” *&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;[Marco De Marinis]&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; Chiunque voglia tentare  un approccio complessivo al lavoro artistico di Carlo Cecchi, attore e regista teatrale straordinario ma anche notevole interprete cinematografico e televisivo, si trova di fronte a un'impresa tutt'altro che agevole. Anche  limitandosi al solo contributo teatrale, si tratta di confrontarsi con un repertorio di spettacoli non solo vastissimo numericamente ma anche e soprattutto estremamente diversificato, che va da Shakespeare alla farsa dialettale napoletana, da Molière all'ottocentesco Büchner, da Majakovski a Brecht, da Pirandello ad alcuni dei massimi autori contemporanei: Beckett, Pinter, Bernhard. E anche questo elenco è ben lungi dall'essere completo. Si potrebbe affermare – come in effetti è stato fatto – che, in realtà, “l'intero patrimonio teatrale è oggetto della vorace sperimentazione di Cecchi”. E aggiungere inoltre che una teatrografia così vasta e diversificata è sicuramente indizio di “uno spirito inquieto e curioso, che rifugge da ogni chiusura” (cito ancora da una nota enciclopedia). &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;In questo mio breve discorso di festeggiamento  sarò costretto a compiere delle scelte drastiche. Volendo evitare – non solo per ragioni di tempo – le trappole della esaustività enciclopedica, da un lato, e quelle della celebrazione generica, dall'altro, cercherò di cogliere la specificità e l'importanza del contributo dato da Carlo Cecchi al teatro italiano, e più ampiamente alla cultura del nostro Paese, attraverso un breve rosario di &lt;em&gt;parole chiave&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;Ma prima un'autodefinizione (del 1978) particolarmente precisa nella sua apparentemente dimessa oggettività, fra le numerose che gli è capitato di attribuirsi nel tempo, pressato in genere dagli intervistatori:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;Sono soprattutto un attore, regista attraverso l'attore, sono un attore che recita, ma &lt;em&gt;che pensa anche sul recitare&lt;/em&gt;. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parto da questa autodefinizione anche perchè mi consente di mettere in campo la prima parola chiave, e cioè ESTRANEITÀ.&lt;/p&gt;
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		<title>TEATRO D'OPERA</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.cultureteatrali.org/focus-on/1366-il-suono-giallo.html"/>
		<published>2015-06-23T13:24:31Z</published>
		<updated>2015-06-23T13:24:31Z</updated>
		<id>http://www.cultureteatrali.org/focus-on/1366-il-suono-giallo.html</id>
		<author>
			<name>Silvia Mei</name>
		<email>meisilvia@libero.it</email>
		</author>
		<summary type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Il suono giallo tra Kandinskij e Dessì&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/dess_3.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;550&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;Gianni Dessì, &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;&lt;em&gt;In Opera&lt;/em&gt;, 2006.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;&lt;strong&gt;[Erica Faccioli]&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; L’opera di Vasilij Kandinskij &lt;em&gt;Il suono giallo&lt;/em&gt; è andata in scena al Teatro Comunale di Bologna dal 13 al 17 giugno. Definita dall’artista russo come “composizione scenica”, poiché – secondo una sua affermazione -, “non rientra in nessuna delle forme consuete”, l’opera si avvale nell’originale dell’apporto musicale di Thomas von Hartmann, autore, tra l’altro, delle musiche per le danze sacre di Gurdjieff (e del libro di memorie: &lt;em&gt;Our life with Mr. Gurdjieff&lt;/em&gt;).&lt;br /&gt;In linea coi principi de &lt;em&gt;Lo spirituale nell’arte&lt;/em&gt;, Kandinskij propose, in un testo apparso nel 1913 su “Der Blaue Reiter”, una nuova e alquanto enigmatica definizione della composizione scenica, a introduzione de &lt;em&gt;Il suono giallo&lt;/em&gt;. Accordandosi con il paradigma, già ampiamente presentato, della “&lt;em&gt;necessità interiore come unica fonte di creazione&lt;/em&gt;”, Kandinskij introduce il suo arditissimo atto unico in sei quadri ripudiando la logica della “necessità esteriore” della forma e inneggiando all’eco che ogni forma di espressione artistica comporta. Secondo l’artista russo, mancando completamente dell’“elemento cosmico”, il dramma a lui contemporaneo eludeva del tutto la natura spirituale – eterica – della forma, del colore, del suono, del movimento. L’essenza del dramma coincide invece per Kandinskij con l’effetto suggerito dai mezzi espressivi, liberati del loro significato contingente e “astratti” secondo la loro essenza di “impressione” e “riviviscenza interiore”. Scritto nel 1912, &lt;em&gt;Il suono giallo&lt;/em&gt; accompagna il grande cambiamento che porterà l’autore a rifiutare la mimesi e il figurativo in ambito pittorico, mentre scrive diverse composizioni sceniche “anti-rappresentative” (&lt;em&gt;Voci&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Nero e bianco&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Figura nera&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Il sipario viola&lt;/em&gt;). La rappresentazione è sostituita dalla vibrazione sonora prodotta dal colore, e da una concezione che trova molte assonanze con le teorie espresse dai teosofi A. Besant e C. W. Leadbeater in &lt;em&gt;Thoughts Forms&lt;/em&gt; (&lt;em&gt;Le forme-pensiero&lt;/em&gt;) del 1905. Con tali premesse rivoluzionarie, &lt;em&gt;Il suono giallo&lt;/em&gt; si è visto rarissimamente sulla scena: fallito il tentativo del 1914, previsto per il Künstlertheater di Monaco, a causa dello scoppio della guerra, fallita anche la proposta a Stanislavskij, si dovrà attendere l’iniziativa del poliedrico e geniale Jacques Polieri, che nel 1975 presenterà l’opera all’Abbazia di Saint Baume in Provenza, prima, e al Théâtre des Champs-Elysées di Parigi l’anno successivo (in seguito, nel 1982, venne messo in scena in occasione dell’esposizione di Kandinskijana al Salomon Guggenheim Museum).&lt;/p&gt;
</summary>
		<content type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Il suono giallo tra Kandinskij e Dessì&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/dess_3.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;550&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;Gianni Dessì, &lt;/span&gt;&lt;span style=&quot;font-size: x-small;&quot;&gt;&lt;em&gt;In Opera&lt;/em&gt;, 2006.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #ff9900;&quot;&gt;&lt;strong&gt;[Erica Faccioli]&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; L’opera di Vasilij Kandinskij &lt;em&gt;Il suono giallo&lt;/em&gt; è andata in scena al Teatro Comunale di Bologna dal 13 al 17 giugno. Definita dall’artista russo come “composizione scenica”, poiché – secondo una sua affermazione -, “non rientra in nessuna delle forme consuete”, l’opera si avvale nell’originale dell’apporto musicale di Thomas von Hartmann, autore, tra l’altro, delle musiche per le danze sacre di Gurdjieff (e del libro di memorie: &lt;em&gt;Our life with Mr. Gurdjieff&lt;/em&gt;).&lt;br /&gt;In linea coi principi de &lt;em&gt;Lo spirituale nell’arte&lt;/em&gt;, Kandinskij propose, in un testo apparso nel 1913 su “Der Blaue Reiter”, una nuova e alquanto enigmatica definizione della composizione scenica, a introduzione de &lt;em&gt;Il suono giallo&lt;/em&gt;. Accordandosi con il paradigma, già ampiamente presentato, della “&lt;em&gt;necessità interiore come unica fonte di creazione&lt;/em&gt;”, Kandinskij introduce il suo arditissimo atto unico in sei quadri ripudiando la logica della “necessità esteriore” della forma e inneggiando all’eco che ogni forma di espressione artistica comporta. Secondo l’artista russo, mancando completamente dell’“elemento cosmico”, il dramma a lui contemporaneo eludeva del tutto la natura spirituale – eterica – della forma, del colore, del suono, del movimento. L’essenza del dramma coincide invece per Kandinskij con l’effetto suggerito dai mezzi espressivi, liberati del loro significato contingente e “astratti” secondo la loro essenza di “impressione” e “riviviscenza interiore”. Scritto nel 1912, &lt;em&gt;Il suono giallo&lt;/em&gt; accompagna il grande cambiamento che porterà l’autore a rifiutare la mimesi e il figurativo in ambito pittorico, mentre scrive diverse composizioni sceniche “anti-rappresentative” (&lt;em&gt;Voci&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Nero e bianco&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Figura nera&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Il sipario viola&lt;/em&gt;). La rappresentazione è sostituita dalla vibrazione sonora prodotta dal colore, e da una concezione che trova molte assonanze con le teorie espresse dai teosofi A. Besant e C. W. Leadbeater in &lt;em&gt;Thoughts Forms&lt;/em&gt; (&lt;em&gt;Le forme-pensiero&lt;/em&gt;) del 1905. Con tali premesse rivoluzionarie, &lt;em&gt;Il suono giallo&lt;/em&gt; si è visto rarissimamente sulla scena: fallito il tentativo del 1914, previsto per il Künstlertheater di Monaco, a causa dello scoppio della guerra, fallita anche la proposta a Stanislavskij, si dovrà attendere l’iniziativa del poliedrico e geniale Jacques Polieri, che nel 1975 presenterà l’opera all’Abbazia di Saint Baume in Provenza, prima, e al Théâtre des Champs-Elysées di Parigi l’anno successivo (in seguito, nel 1982, venne messo in scena in occasione dell’esposizione di Kandinskijana al Salomon Guggenheim Museum).&lt;/p&gt;
</content>
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		<title>TEATRO DEI LIBRI</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.cultureteatrali.org/focus-on/1365-teatro-dei-libri.html"/>
		<published>2015-06-23T12:31:12Z</published>
		<updated>2015-06-23T12:31:12Z</updated>
		<id>http://www.cultureteatrali.org/focus-on/1365-teatro-dei-libri.html</id>
		<author>
			<name>Silvia Mei</name>
		<email>meisilvia@libero.it</email>
		</author>
		<summary type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Paolo Puppa, &lt;em&gt;Ca' Foscari dei dolori&lt;/em&gt;&lt;em&gt;. Romanzo&lt;/em&gt;, Corazzano (Pi), Titivillus, 2014, pp. 272&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/paolo puppa_ca foscari dei dolori_titivillus.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;117&quot; height=&quot;177&quot; style=&quot;float: left; margin-left: 5px; margin-right: 5px;&quot; /&gt;&lt;/strong&gt;Caro Paolo,&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;raramente mi è capitato di leggere un’opera di narrativa di cui conoscessi personalmente l’autore, come per il tuo &lt;em&gt;Ca’ Foscari dei dolori&lt;/em&gt;. Ammetto che, dietro la maschera dello scrittore, mi è stato impossibile non intravedere anche la persona-drammaturgo, il performer e l’accademico. E, pur sapendo che questo romanzo è “solo” frutto di invenzione, mi ritrovo ora a ricongiungere le tue molteplici identità, compiacendomi di questa ambiguità come di una scoperta fatta tra le righe del testo. Più che un’interpretazione critica del libro, questa lettera vuole dunque restituirti l’indiscrezione del mio sguardo, che rivolgo al drammaturgo e al professore universitario, come al romanziere e, ancor più, alla persona in cui questi ruoli e funzioni si congiungono.&lt;br /&gt;Per tutta la lettura non ho potuto fare a meno di cogliere una connessione fortissima con la scrittura teatrale: seppure in prosa e con quell’approfondimento che solo il romanzo forse consente, mi è parso di ascoltare un lungo monologo (questa la forma teatrale che vi assocerei) e, di conseguenza, di essere spettatrice solitaria, come spiando dalla fessura di una porta, più che da una grande sala.&lt;br /&gt;Quest’impressione credo sia data dalla definizione dei personaggi. Le altre persone, a parte Giacomo, esistono solo nei loro comportamenti, nella loro esteriorità. Sembrano esserci unicamente come risposta o reazione alla presenza e alle parole del protagonista, senza una vita propria: vediamo tutto esclusivamente dal suo punto di vista.&lt;/p&gt;
</summary>
		<content type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Paolo Puppa, &lt;em&gt;Ca' Foscari dei dolori&lt;/em&gt;&lt;em&gt;. Romanzo&lt;/em&gt;, Corazzano (Pi), Titivillus, 2014, pp. 272&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/paolo puppa_ca foscari dei dolori_titivillus.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;117&quot; height=&quot;177&quot; style=&quot;float: left; margin-left: 5px; margin-right: 5px;&quot; /&gt;&lt;/strong&gt;Caro Paolo,&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;raramente mi è capitato di leggere un’opera di narrativa di cui conoscessi personalmente l’autore, come per il tuo &lt;em&gt;Ca’ Foscari dei dolori&lt;/em&gt;. Ammetto che, dietro la maschera dello scrittore, mi è stato impossibile non intravedere anche la persona-drammaturgo, il performer e l’accademico. E, pur sapendo che questo romanzo è “solo” frutto di invenzione, mi ritrovo ora a ricongiungere le tue molteplici identità, compiacendomi di questa ambiguità come di una scoperta fatta tra le righe del testo. Più che un’interpretazione critica del libro, questa lettera vuole dunque restituirti l’indiscrezione del mio sguardo, che rivolgo al drammaturgo e al professore universitario, come al romanziere e, ancor più, alla persona in cui questi ruoli e funzioni si congiungono.&lt;br /&gt;Per tutta la lettura non ho potuto fare a meno di cogliere una connessione fortissima con la scrittura teatrale: seppure in prosa e con quell’approfondimento che solo il romanzo forse consente, mi è parso di ascoltare un lungo monologo (questa la forma teatrale che vi assocerei) e, di conseguenza, di essere spettatrice solitaria, come spiando dalla fessura di una porta, più che da una grande sala.&lt;br /&gt;Quest’impressione credo sia data dalla definizione dei personaggi. Le altre persone, a parte Giacomo, esistono solo nei loro comportamenti, nella loro esteriorità. Sembrano esserci unicamente come risposta o reazione alla presenza e alle parole del protagonista, senza una vita propria: vediamo tutto esclusivamente dal suo punto di vista.&lt;/p&gt;
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		<title>ARE WE HUMAN 2015</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.cultureteatrali.org/focus-on/1349-are-we-human-2015.html"/>
		<published>2015-03-04T10:23:25Z</published>
		<updated>2015-03-04T10:23:25Z</updated>
		<id>http://www.cultureteatrali.org/focus-on/1349-are-we-human-2015.html</id>
		<author>
			<name>Silvia Mei</name>
		<email>meisilvia@libero.it</email>
		</author>
		<summary type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Nessuna speranza di essere graziato: il Maestro Invisibile racconta la sua &lt;em&gt;Vocazione&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;[Monica Cristini]&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;&lt;em&gt;Recitar! Mentre preso dal delirio,/non so più quel che dico,/e quel  che faccio!/Eppur è d'uopo, sforzati!/Bah! sei tu forse un uom?/Tu se'  Pagliaccio!&lt;/em&gt;. Con la celebre aria di Leoncavallo Danio Manfredini incontra il suo pubblico, scivolando da dietro un sipario velato quasi a marcare il debole confine che separa l’attore dal suo personaggio. E si racconta, sotto le spoglie del vecchio attore che, con in mano il copione del &lt;em&gt;Re Lear&lt;/em&gt;, ripercorre le sue glorie e confessa i propri dolori giungendo all’unica amara consolazione che “l’arte è un voto” che non si può sciogliere mai.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/vocazione4_manuela pellegrini.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;400&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E’ un canto d’amore e al contempo di profonda amarezza, quello dell’attore, per il “destino dolcissimo e terribile” della vocazione, un demone incalzante che non dà tregua ma senza il quale l’artista di teatro non sa vivere. Da qui parte l’autore-regista Manfredini per guidarci in un viaggio attraverso la sua vita di personaggio e d’attore. Il sapiente montaggio di quadri - che attingono dal suo repertorio e da scene di opere teatrali che si interrogano sull’essenza dell’arte del teatro - rivela la grandezza di un artista che ha saputo elevare la propria voce ed il proprio corpo a poesia.&lt;/p&gt;
</summary>
		<content type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;Nessuna speranza di essere graziato: il Maestro Invisibile racconta la sua &lt;em&gt;Vocazione&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;[Monica Cristini]&lt;/strong&gt; &lt;/span&gt;&lt;em&gt;Recitar! Mentre preso dal delirio,/non so più quel che dico,/e quel  che faccio!/Eppur è d'uopo, sforzati!/Bah! sei tu forse un uom?/Tu se'  Pagliaccio!&lt;/em&gt;. Con la celebre aria di Leoncavallo Danio Manfredini incontra il suo pubblico, scivolando da dietro un sipario velato quasi a marcare il debole confine che separa l’attore dal suo personaggio. E si racconta, sotto le spoglie del vecchio attore che, con in mano il copione del &lt;em&gt;Re Lear&lt;/em&gt;, ripercorre le sue glorie e confessa i propri dolori giungendo all’unica amara consolazione che “l’arte è un voto” che non si può sciogliere mai.&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: center;&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/vocazione4_manuela pellegrini.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;400&quot; /&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt; &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E’ un canto d’amore e al contempo di profonda amarezza, quello dell’attore, per il “destino dolcissimo e terribile” della vocazione, un demone incalzante che non dà tregua ma senza il quale l’artista di teatro non sa vivere. Da qui parte l’autore-regista Manfredini per guidarci in un viaggio attraverso la sua vita di personaggio e d’attore. Il sapiente montaggio di quadri - che attingono dal suo repertorio e da scene di opere teatrali che si interrogano sull’essenza dell’arte del teatro - rivela la grandezza di un artista che ha saputo elevare la propria voce ed il proprio corpo a poesia.&lt;/p&gt;
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		<title>TEATRO DEI LIBRI</title>
		<link rel="alternate" type="text/html" href="http://www.cultureteatrali.org/focus-on/1347-teatro-dei-libri.html"/>
		<published>2015-02-18T16:33:45Z</published>
		<updated>2015-02-18T16:33:45Z</updated>
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		<author>
			<name>Silvia Mei</name>
		<email>meisilvia@libero.it</email>
		</author>
		<summary type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #000000;&quot;&gt;Jerzy Grotowski, &lt;em&gt;Testi 1954-1998&lt;/em&gt;. Volume I. &lt;em&gt;La possibilità del teatro (1954-1964)&lt;/em&gt;, traduzione italiana di Carla Pollastrelli, Firenze-Lucca, La casa Usher, 2014, 262 pp.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/cover_grotowski usher.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;200&quot; style=&quot;margin-right: 5px; margin-left: 5px; float: left;&quot; /&gt;[Marco De Marinis]&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; Quella inaugurata dal volume arrivato da poco in libreria è un’impresa editoriale e culturale di eccezionale rilevanza, che spero ottenga la risonanza che merita (anche se un legittimo pessimismo indurrebbe purtroppo a dubitarne). Grazie allo sforzo congiunto di Fondazione Pontedera Teatro e del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, nelle persone di Mario Biagini e Thomas Richards, e all’impegno straordinario della traduttrice-curatrice Carla Pollastrelli, verrà messa in rapida sequenza a disposizione del lettore italiano un’amplissima scelta, in quattro volumi, dei testi di uno degli uomini di teatro più importanti del XX secolo, uno dei protagonisti delle rivoluzioni della scena contemporanea.&lt;br /&gt; Tutto quello che dirò qui di seguito, comprese alcune considerazioni critiche, non può in nessun modo offuscare il dato di fatto incontestabile dell’importanza di questa iniziativa o anche soltanto attenuare la gratitudine che è doveroso nutrire verso tutti coloro che l’hanno resa possibile, con l’auspicio che la cultura italiana, non soltanto quella teatrale, sappia dedicarle un’attenzione adeguata.&lt;br /&gt; Del resto – ripeto – le osservazioni a volte problematiche che mi capiterà di fare sono tutte animate da uno spirito autenticamente costruttivo: trattandosi di un work in progress, al di là di alcuni vincoli dei quali dirò subito, c’è spazio per miglioramenti e aggiustamenti di tiro. Questo almeno mi auguro, proprio per l’importanza dell’impresa in questione.&lt;br /&gt; I vincoli a cui mi sono appena riferito riguardano il fatto che questa edizione italiana dei testi di Grotowski dipende dall’edizione polacca, apparsa in un solo, imponente volume, nella primavera del 2013, come risultato del lavoro di ricerca e verifica, durato tre anni, dell’équipe degli &lt;em&gt;editors&lt;/em&gt;: Agata Adamiecka-Sitek, Mario Biagini, Dariusz Kosiński, Carla Pollastrelli, Thomas Richards, Igor Stokfiszewski.&lt;/p&gt;
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		<content type="html">&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;span style=&quot;color: #000000;&quot;&gt;Jerzy Grotowski, &lt;em&gt;Testi 1954-1998&lt;/em&gt;. Volume I. &lt;em&gt;La possibilità del teatro (1954-1964)&lt;/em&gt;, traduzione italiana di Carla Pollastrelli, Firenze-Lucca, La casa Usher, 2014, 262 pp.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p style=&quot;text-align: justify;&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style=&quot;color: #800000;&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;img src=&quot;http://www.cultureteatrali.org/images/stories/articoli/cover_grotowski usher.jpg&quot; border=&quot;0&quot; width=&quot;200&quot; style=&quot;margin-right: 5px; margin-left: 5px; float: left;&quot; /&gt;[Marco De Marinis]&lt;/strong&gt;&lt;/span&gt; Quella inaugurata dal volume arrivato da poco in libreria è un’impresa editoriale e culturale di eccezionale rilevanza, che spero ottenga la risonanza che merita (anche se un legittimo pessimismo indurrebbe purtroppo a dubitarne). Grazie allo sforzo congiunto di Fondazione Pontedera Teatro e del Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, nelle persone di Mario Biagini e Thomas Richards, e all’impegno straordinario della traduttrice-curatrice Carla Pollastrelli, verrà messa in rapida sequenza a disposizione del lettore italiano un’amplissima scelta, in quattro volumi, dei testi di uno degli uomini di teatro più importanti del XX secolo, uno dei protagonisti delle rivoluzioni della scena contemporanea.&lt;br /&gt; Tutto quello che dirò qui di seguito, comprese alcune considerazioni critiche, non può in nessun modo offuscare il dato di fatto incontestabile dell’importanza di questa iniziativa o anche soltanto attenuare la gratitudine che è doveroso nutrire verso tutti coloro che l’hanno resa possibile, con l’auspicio che la cultura italiana, non soltanto quella teatrale, sappia dedicarle un’attenzione adeguata.&lt;br /&gt; Del resto – ripeto – le osservazioni a volte problematiche che mi capiterà di fare sono tutte animate da uno spirito autenticamente costruttivo: trattandosi di un work in progress, al di là di alcuni vincoli dei quali dirò subito, c’è spazio per miglioramenti e aggiustamenti di tiro. Questo almeno mi auguro, proprio per l’importanza dell’impresa in questione.&lt;br /&gt; I vincoli a cui mi sono appena riferito riguardano il fatto che questa edizione italiana dei testi di Grotowski dipende dall’edizione polacca, apparsa in un solo, imponente volume, nella primavera del 2013, come risultato del lavoro di ricerca e verifica, durato tre anni, dell’équipe degli &lt;em&gt;editors&lt;/em&gt;: Agata Adamiecka-Sitek, Mario Biagini, Dariusz Kosiński, Carla Pollastrelli, Thomas Richards, Igor Stokfiszewski.&lt;/p&gt;
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